o Conclusioni Sconclusionate Sugli Ideali Omerici di Francesco Ramirez

Per chi non l’avesse ancora capito, io adoro i testi omerici. Eh, lo so, nessuno avrebbe potuto rendersene conto. L’ho tenuto ben nascosto, lo ammetto. Ma, infine, oggi ho deciso di rivelare questo mio oscuro segreto.

Ci tengo, tra l’altro, a precisare che non amo l’Iliade e l’Odissea perché sono gli unici testi epici antichi che ho studiato a scuola. Anzi, un tale particolare depone decisamente a loro svantaggio. Me ne sono davvero innamorato, infatti, solamente dopo averli riletti per conto mio, senza la noia e i preconcetti di cui erano stati infarciti duranti i miei tristi anni scolastici, finalizzati solo a svuotarmi da ogni tipo di amore per la conoscenza.

Inoltre, assieme ai due grandi testi dell’aedo cieco, ho avuto il piacere di poter sfogliare molti altri grandi classici, di altri popoli ed epoche, che non appartenessero quindi solamente all’area di influenza ellenica. E, ciononostante, l’Odissea e l’Iliade restano, per quanto mi riguarda, una spanna sopra tutti gli altri. Sia per quel che riguarda lo stile, sia per i temi trattati, per i modi in cui sono trattati, e anche per la trama stessa, che ti tiene col fiato sospeso fino all’ultimo. Soprattutto, per quanto mi riguarda, almeno, nell’Iliade.

Un paragone che mi sorprese particolarmente fu quando lessi Le Morte Darthur (La Morte di Artù), di Thomas Malory, considerata l’opera arturiana per eccellenza. Appartenendo al Basso Medioevo, è stata scritta intorno al 1470, davo per scontato che, dal punto di vista strutturale e della trama, oltre che della profondità dei personaggi e della loro psicologia, non potesse che risultare nettamente superiore a dei testi composti più di duemila anni prima.

Ahimè, quanto mi ero sbagliato! Diciamo solo che il paragone non è certo lusinghiero, per il povero Malory. Né per il povero Artù.

Ma perché Omero sarebbe tanto superiore? Perché la bellezza delle sue opere è ancora capace di colpirci, a distanza di quasi tremila anni? Che cosa, in questi testi, sa cogliere l’umana emozione in modo così profondo da smuovere i cuori di persone che non hanno nemmeno idea di cosa volesse dire vivere all’epoca del grande poeta?

Non lo so, né ritengo di essere la persona più adatta ad esplorare una simile questione. Né, d’altro canto, è mia intenzione farlo. Non in questo articolo, quantomeno. Qui, ora, io vi volevo solamente parlare di un piccolo concetto noto come Kalokagathia.

Già vi sento scalpitare da dietro i vostri schermi: “Che cosa diamine c’entra la Kalokagathia con tutta questa introduzione?” e “Ma poi che diamine dovrebbe essere questa Kalokagathia? Hai per caso insultato mia mamma?”

Ai primi risponderò semplicemente: poco. Mi spiace. In buona parte volevo semplicemente lodare una delle mie opere preferite di sempre. Ma un piccolo collegamento c’è. Bisogna solo leggere tra le righe. Giuro!

E per i secondi, i quali non sanno proprio di cosa stia parlando…son qui apposta!

Kalòs kai Agathòs dicevano gli antichi greci. Non si trattava di una parolaccia o un insulto, ve lo posso assicurare. Vuole semplicemente dire “Bello e Buono”.

In che senso, vi state chiedendo? Abbastanza letterale: per loro, chi era bello fisicamente aveva anche il dovere di essere moralmente ineccepibile. E viceversa.

Detto in questo modo, sembra trattarsi di un concetto abbastanza sciocco e superficiale e non nego che anche io non lo tenga in grandissima simpatia. Ma andiamo ad analizzarlo un po’ più da vicino: questo voleva forse dire che una persona brutta era automaticamente discriminata?

Come sempre, la risposta è poco chiara e non semplicissima: se prendiamo l’Iliade, infatti, le descrizioni degli eroi mettono quasi sempre in luce sia il loro valore che la loro incredibile bellezza. Basti pensare che Achille è ritenuto l’Acheo di gran lunga più affascinante, oltre che il più forte di tutti i guerrieri. Questo perché, tra l’altro, la bellezza era considerata come un dono fatto dagli dei all’uomo e grandemente associata con il valore bellico. Fulgido esempio di ciò sono le molte statue dell’antica Grecia che ritraggono fisici scultorei e perfetti. La bellezza, quindi, non è tanto quella associata al volto e a connotazioni ereditarie, non solo almeno, bensì quella del fisico, ottenuta con il sudore, la fatica e l’abnegazione. Qualità, queste, che contribuiscono inoltre alla formazione morale della persona. La quale, quindi, nella concezione greca, una volta ottenuta questa bellezza, sarebbe anche in possesso di tutte le virtù.

Platone stesso spiega questo concetto. In modo decisamente più chiaro e allo stesso tempo forbito rispetto a quello che sono in grado di fare io.

Ma, detto questo, a me piacerebbe invece soffermarmi sull’applicazione del concetto nella pratica. Perché, quando a suo tempo ne sentii parlare per la prima volta a scuola, il mio primo pensiero fu molto simile a quello di Obelix nei confronti dei Romani. Ovvero: “Sono Pazzi Questi Greci”.

Ma erano davvero così pazzi? Così convinti che ogni persona di bell’aspetto fosse necessariamente anche buona? Che non vi potessero essere uomini o donne brutte che avessero anche delle qualità?

Naturalmente è difficile dirlo. Tuttavia possiamo trarre delle conclusioni analizzando i testi giunti fino a noi.

Prima di tutto, ci terrei però a spezzare una lancia in favore del concetto stesso di Kalokagathia. Se è infatti vero che essa appare come una nozione stupida, quando espressa nella sua concezione più semplice e fruibile, è altresì vero che anche noi, uomini tanto moderni ed evoluti, tendiamo a seguirla, anche se in modo decisamente meno cosciente rispetto agli antichi greci. Basti pensare a tutte le centinaia di film e telefilm che escono ogni anno, addirittura ogni mese, i cui protagonisti sono sempre bellissimi, di una bellezza spesso di gran lunga superiore alla media. E questo perché? Perché, istintivamente, ci è molto più facile seguire le storie e tifare per persone di bell’aspetto. È parte integrante della natura umana. I bambini stessi, quando ancora sono incapaci di parlare e deambulare, figuriamoci articolare un pensiero forbito sulla piacevolezza fisiognomica delle loro balie, tendono a fissare molto di più i volti di persone ritenute attraenti. La stessa affidabilità è, secondo studi di psicologia, connessa in qualche modo all’aspetto esteriore: ovvero, la nostra tendenza è di fidarci più in fretta di persone che riteniamo attraenti, rispetto a quelle che invece troviamo orride. Del resto, perché pensate che i politici curino così tanto la loro immagine? L’impatto visivo è molto più importante di quanto ci piacerebbe ammettere. Purtroppo.

Detto questo, veniamo a Omero: nell’Iliade è chiaramente presente un concetto molto simile alla Kalokagathia. Per quanto si ritenga, dunque, che essa sia nata, nella sua forma completa, molti secoli dopo ad Atene, non si può non riscontrare come ogni eroe della guerra di Troia sia sempre descritto come magnifico nell’aspetto, oltre che irreprensibile nella sua condotta.

E, nel parlare della Kalokagathia all’interno dell’Iliade, non si può non affrontare il personaggio che più di tutti la esprime, tramite la legge degli opposti, mettendo in luce tutto ciò che un eroe non dovrebbe essere: Tersite.

Tersite appare solamente all’inizio dell’Iliade e la sua descrizione mette subito in chiaro che non si tratta di un eroe come tutti gli altri: bruttissimo, il più brutto tra tutti i greci, e per nulla valoroso, egli rappresenta il modello stesso dell’anti-eroe. Un personaggio che tutti dovrebbero odiare e da cui prendere le distanze. Egli infatti si opporrà alla tirannia di Agamennone e tenterà di esortare gli Achei a disertare il grande re e a tornarsene a casa, dalle proprie famiglie, senza perdere più tempo in quella guerra orribile dalla quale avrebbero guadagnato solo sangue e sudore.

Insomma, in chiave moderna Tersite appare come un rivoluzionario, una persona che si oppone ai poteri forti e cerca di ritagliarsi qualche diritto in quanto difensore del popolo. E, quindi, per una società altamente aristocratica come quella Achea, non è altro che un codardo e una persona abbietta.

Ciò dovrebbe, dunque, confermare che anche in Omero, il concetto non ancora perfettamente formato di “bello e buono”, fosse però già ben delineato: tutti gli eroi sono bellissimi, mentre l’unico uomo inguardabile delle schiere achee è anche il peggiore tra loro. La tesi è stata avallata, giusto?

Eh. Più o meno. Perché, anche se è vero che, solitamente, gli eroi sono indicati come ineccepibili, dal punto di vista morale, nella realtà dei fatti agiscono, in più di un’occasione, in modi che anche agli occhi di un contemporaneo di Omero avrebbero fatto storcere il naso. Inoltre vi è da aggiungere che, poco dopo la presentazione di Tersite, durante la prima battaglia del libro, Ettore apostroferà pesantemente il fratello Paride, tacciandolo di codardia e accusandolo di essere bello solamente nell’aspetto, ma non nell’indole. La distinzione, quindi, è comunque presente e l’associazione tra bellezza esteriore e interiore non era tanto una dicotomia data per scontata dai greci, quanto una ricerca di un’ideale assoluto. Chi era bello fuori, doveva studiare, praticare la saggezza e la virtù, per perfezionare la propria mente e il proprio spirito. Mentre chi possedeva già quel tipo di bellezza morale doveva curare il proprio corpo, in modo da poter vivere bene all’interno di esso e non portarselo dietro come se fosse solamente un peso.

Del resto, vorrei concludere queste riflessioni sconclusionate, con una piccola curiosità: per quanto per Platone la Kalokagathia fosse un ideale aristocratico, che distingueva il sapiente dalla massa incolta, allo stesso tempo egli ha sempre mostrato il massimo rispetto nei confronti del suo maestro, Socrate, arrivando praticamente ad idolatrarlo. Ebbene, Socrate era considerato uno degli Ateniesi più brutti di sempre. E, nonostante ciò, il rispetto dei discepoli nei suoi confronti non ne era stato minimamente intaccato.

I motivi potevano essere tra i più vari, s’intende, e forse uno dei più importanti era il fatto che non praticasse la pederastia, il che sicuramente gioca a suo vantaggio anche ai nostri occhi. Tuttavia, il fatto che non fosse discriminato per il suo aspetto dimostra che il concetto di Kalòs kai Agathòs fosse molto più complesso e sfumato di quanto potrebbe apparire ad uno studio superficiale. E che, come sempre, semplificando eccessivamente un ragionamento, si rischia solamente di farne un argomento fantoccio, creando dunque una dimostrazione ben più debole di quella iniziale e finendo con il ridicolizzarla, senza però aver capito nulla di ciò che l’argomento originale aveva da dire.

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