Francesco Ramirez illustra il Ciclo dell’Ulster, epica irlandese

Il Ciclo dell’Ulster è uno dei maggiori cicli epici della mitologia irlandese. Si tratta di racconti riguardanti appunto la provincia dell’Ulster, una parte dell’Irlanda, ambientati durante l’epoca dell’età del ferro, ma pesantemente filtrati dalla prospettiva dei revisionisti cristiani (e infatti tutte le divinità sono trasformate in esseri umani normali).

Tra questi racconti, le parti decisamente più famose e interessanti sono quelle pertinenti la vita dell’eroe Cù Chulainn e, soprattutto, la sua grande guerra personale contro le forze della regina Medb, la quale aveva invaso l’Ulster stesso con un enorme esercito. E perché lo aveva fatto? Qual era stato il casus belli? Semplicemente, la terribile regnante desiderava a tutti costi il loro toro marrone, in modo da potersene vantare con il marito e opporlo al suo magnifico toro bianco. Insomma, un motivo più che valido per seminare morte e distruzione in Irlanda e rovinare migliaia di vite.

In tutto ciò, il nostro amato sarà l’unico a poter combattere l’intera armata della regina, in quanto l’Ulster soffriva per una maledizione che aveva reso i suoi uomini adulti incapaci di agire nel momento del bisogno: essa decretava che avrebbero provato i dolori del parto per tre giorni di fila, ogni volta che il loro regno fosse stato invaso da qualunque nemico. Ma , per grande fortuna, all’epoca dell’invasione aveva solo 17 anni e quindi non era ancora considerato un uomo (nonostante avesse già collezionato tante di quelle imprese eroiche da fare invidia ad Aiace e Odisseo messi insieme).

Sarà dunque lui ad affrontare l’enorme esercito per svariati giorni di fila. Molti di più, a voler essere sinceri, dei tre per i quali sarebbe dovuta durare la maledizione. Ma facciamo finta di non ricordarci i particolari e concentriamoci sulla trama, invece che sui suoi svariati buchi.

Durante questi giorni, usando astute tattiche di guerriglia e la sua fidata frombola, Cù Chulainn decimerà le truppe di Medb, uccidendo centinaia di uomini per volta e girando loro attorno come uno squalo, distruggendo il loro morale e costringendoli a muoversi con lentezza e circospezione all’interno del territorio nemico. Alla fine, esasperata, la regina deciderà di inviargli un’ambasciata per richiedere un duello formale: tutte le mattine, ella gli avrebbe inviato un singolo guerriero per sfidarlo direttamente. Durante il tempo del combattimento, il suo esercito sarebbe stato libero di avanzare. Ma, appena questo fosse finito, i soldati avrebbero dovuto fermarsi immediatamente. Allo stesso tempo, avrebbe prestato solenne giuramento di non attaccare più nessuno durante la notte o il giorno e di aspettare solamente il prossimo sfidante, in attesa di qualcuno che fosse in grado di batterlo. Si trattava di una promessa solenne, un voto magico, un Geis, che quindi non avrebbe mai potuto infrangere. Non stiamo parlando delle promesse dei politici, per intenderci.

Cù Chulainn accetta, poiché perfino un superuomo come lui trova difficile opporsi ad un esercito smisurato come quello che Medb aveva portato nelle sue terre (secondo il testo mi sembra si parli di circa 90.000 uomini. Un numero che, è inutile precisarlo, non ha alcun senso per l’Irlanda dell’epoca. Figuriamoci per una sua singola provincia).

I primi duelli, però, risultano tutti molto semplici e privi di tensione: arriva il nuovo sfidante, di cui vengono illustrati il nome e le gesta, dopo di che Cù Chulainn lo attacca e lo uccide. Facilmente.

E la cosa si ripete durante svariate giornate (le quali rendono sempre più difficile ignorare il fatto che i tre giorni dovevano essere passati da ormai un mese) fino a quando, stufa di vedere tutti i suoi campioni finire in pasto ai pesci dal singolo ragazzetto dell’Ulster, Medb decide infine di andare a chiamare l’unico uomo capace di opporsi al grande eroe: Ferdiad, il quale, come lui, è stato discepolo della semi-dea Scàtach e che è considerato suo fratello adottivo (Modello Star Wars). Ferdiad è un guerriero dello stesso calibro di e ha appreso da Scàtach tutte le sue tecniche, tranne una. E, inoltre, possiede una pelle cornea capace di respingere ogni tipo di arma (Achille, sei tu?).

Dopo essere stato convinto, con l’inganno, a battersi per Medb, Ferdiad si reca dunque sul luogo del duello e i due guerrieri si affrontano prima a parole: Cù Chulainn implora il fratello di non costringerlo ad ucciderlo, in una supplica molto accorata. D’altro canto, Ferdiad ne approfitterà per ricordargli che egli è un guerriero non da meno di lui e che potrebbe essere lui stesso a trionfare, quel giorno. Seguirà qui un elenco di antefatti, in cui i due rammenteranno le loro svariate disavventure.

Piccola curiosità: questo punto rappresenta un livello molto basso, dal punto di vista narrativo, all’interno del ciclo. Infatti è un modo molto goffo di inculcare nel lettore l’idea che i due abbiano molto in comune e che siano, a tutti gli effetti, legati da un vincolo fraterno. Il problema è che, nei passaggi precedenti, in cui abbiamo visto Cù Chulainn vivere con Scàtach, non abbiamo assistito a niente di tutto questo. Se il libro fosse stato scritto in epoca moderna, naturalmente un simile trucchetto non sarebbe accettabile. E già così è abbastanza ridicolo. Ma torniamo a noi!

Dopo questo scambio di vanterie, a cui avevano fatto seguito gli insulti, i due decidono, alfine, di affrontarsi. E, finalmente, Cù Chulainn si trova contro un avversario che gli è pari: i guerrieri combattono per tutto il giorno, senza che nessuno riesca ad avere la meglio sull’altro. E, quando il sole cala, i ragazzi mettono le proprie tende una vicino all’altra e condividono unguenti curativi e cibo, come si addice a dei buoni amici.

La mattina dopo, si ritrovano nuovamente sulla riva del fiume e, dopo aver scelto le armi, combattono. Alla fine di una seconda giornata terribile, i due si separano, stanchi e feriti. Ancora una volta, le loro tende sono vicine e, ancora una volta, si inviano doni atti a lenire le ferite e la stanchezza.

Il giorno dopo segue lo stesso identico copione ma, alla fine degli scontri, stanchissimi e ormai provati da ben tre giornate di fila di durissimi duelli, i fratelli adottivi si separano con decisamente più livore rispetto ai precedenti: quella sera non si inviano doni e tengono i loro rispettivi accampamenti a grande distanza l’uno dall’altro.

Il quarto giorno è chiaramente quello decretato dal destino per porre fine al fatidico duello: entrambi sentono che solo uno di loro tornerà dal fiume. I loro stessi aurighi confermano quel timore. E vuoi non fidarti degli ammonimenti degli aurighi? Nei poemi epici sono l’equivalente delle profezie in Harry Potter.

E infatti, dopo il solito scontro in cui entrambi si sfiancano fino a non riuscire quasi più a reggersi in piedi, alla fine Ferdiad stordisce Cù Chulainn con un colpo bel piazzato, mettendolo alle strette. E, scosso dal trovarsi finalmente in svantaggio e incitato dalla rabbia, il guerriero si ritroverà costretto a ricorrere alla tecnica segreta che Scàtach aveva rivelato solo a lui: la Gàe Bolga.

Scagliando una lancia speciale con il piede (non fate domande. Una delle tecniche usate in precedenza era “La mossa del salto del Salmone”) questa si conficcherà nel petto di Ferdiad e rilascerà decine di aculei all’interno del suo corpo, trasformandolo in un innaffiatoio umano.

A questo spettacolo raccapricciante, si renderà conto del gesto compiuto a causa dell’ira e, chinandosi sul giovane amico fraterno e compiangendo la sua morte in un lungo lamento carico di dolore, che ricorda molto quelli di Achille per Patroclo o di Andromaca per Ettore, rimarrà immerso nel fiume, quasi incapace di muoversi a causa delle ferite e della spossatezza, affermando che la felicità non potrà mai più allietarlo.

Ed è così che ha termine l’unico duello davvero avvincente di tutta la storia di Cù Chulainn. Un duello tragico e decisamente appassionato, in cui i due amici passano dall’essere molto restii allo scontro, per trasformarsi, piano piano, in bestie assetate di sangue, la cui fatica occluderà il giudizio e li porterà a vedere nell’altro solo un nemico da togliere di mezzo.

Per quanto il ciclo dell’Ulster non sia affatto una delle mie saghe preferite, cionondimeno al suo interno si possono trovare dei momenti sinceramente interessanti, che aumentano considerevolmente il valore dell’intera opera. E che, se letti per conto proprio, non possono comunque rendere l’idea del contesto generale e del loro significato all’interno della storia stessa.

Per cui, nonostante tutte le mie critiche, spero sinceramente di aver suscitato in voi almeno una briciola di interesse. Se vi dovesse capitare di trovarlo, fate un tentativo e provate a leggerlo. Potreste scoprire che alcuni momenti sono davvero divertenti, anche se non per volontà del racconto stesso. Mentre altri potrebbero seriamente affascinarvi o commuovervi.

Dopo tutto, io vi ho raccontato solo di uno dei duelli della lunga guerra. Ma non siete interessati a sapere come è finita? Che ne sarà di Cù Chulainn, stanco e ferito, immerso nelle acque gelide del fiume?

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