Amare considerazioni di Francesco Ramirez in un racconto sulla libera scelta

15 Giugno 1518 – Dalla sua pira, Ioanna poteva solamente fissare la folla inferocita con occhi attoniti, pieni di confusione. Che cosa aveva fatto, per meritarsi tutto questo? Aveva davvero siglato un accordo con Satana, come era stato detto nelle accuse? Aveva davvero tramato per distruggere le vite di tutti gli abitanti del villaggio, che fino a pochi giorni prima la trattavano come una di loro e che aveva sempre considerato parte di una grande famiglia?

Ioanna non rammentava nulla di tutto ciò. Eppure, i suoi accusatori apparivano completamente certi che avesse veramente compiuto tali nefandezze. Che fosse dunque colpa sua?

“Perché?” chiese, con un filo di voce, alla folla che le urlava contro improperi di ogni tipo, più simile ad un branco di animali selvaggi, che ad esseri umani dotati di raziocinio. Cercò, all’interno di quel gruppo di invasati, un volto amico che potesse rispondere alla sua domanda, che potesse farle capire perché si fosse arrivati a tanto. Non ne trovò nessuno.

Tutto quello che vide, nei loro occhi colmi di esaltazione e rabbia e completamente privi di umanità e di carità, fu il biasimo e l’odio. Sembrava che le stessero dicendo: “La colpa è solo tua. Noi abbiamo agito secondo giustizia. Che altro potevamo fare? Sei tu che ci hai costretti. Dovevamo pur proteggerci da te!”

Ioanna chiuse gli occhi e chinò il capo. Quella era l’unica risposta che avrebbe potuto ricevere. Quella era l’unica grazia che si poteva aspettare da quei bravi cristiani.

Il calore del fuoco cominciò ad avvilupparle le caviglie e presto sarebbe salito e avrebbe raggiunto il resto del corpo. Il fumo era ancora più fastidioso: le entrava nei polmoni e rendeva gravoso ogni respiro. Avrebbe voluto piangere, ma le lacrime non uscirono. Tutto quello che rimaneva erano il calore e le urla cariche di odio dei suoi compaesani.

26 Ottobre 1630 “No, aspettate! Non è come credete. Non è come…” Minico provò a ragionare con la folla imbufalita, ma un sasso lo raggiunse alla tempia, stordendolo. Il dolore fu tale che le gambe gli cedettero e si ritrovò con le ginocchia e le mani a terra.

Da quel momento in poi, non capì più nulla. Tutto quello che sentiva era quell’orda di bruti che, animata da sacro e giusto furore punitivo, lo strattonava e spintonava. Che cosa volevano fare? A quale ingiusto fato lo avrebbero condannato? La sua unica colpa era stata di passare troppo rasente ai muri. Ma, del resto, che altro avrebbe potuto fare? La strada era piena di cadaveri purulenti e fetidi. L’unico modo che aveva per evitarli era di avvicinarsi alla parete delle case!

“Dagli all’untore! Dagli all’untore!”

Minico, nel suo stato di confusione, riuscì ad udire i cori che sovrastavano ogni altro grido. Li riconobbe istantaneamente, perché lui stesso li aveva intonati, non meno di due settimane prima.

In quel momento si era sentito invincibile, il petto carico di un sentimento patriottico e di senso civico. Si era tramutato, nel prendere parte a quell’azione punitiva assieme al resto della massa informe, in un eroe, pronto a proteggere se stesso e gli altri dalle male azioni di un manigoldo criminale che avrebbe condannato tutti loro a morte certa e che tramava per spargere quella terribile piaga che stava distruggendo la loro bella città.

Ora, trovandosi dall’altro lato di quella fiumana di “eroi”, nel vedere i loro occhi sbarrati e iniettati di sangue, le loro narici dilatate e i loro volti rossi e ricolmi di furore e intolleranza, fu colto solo dall’orrore e dal panico. Non vi era modo di sfuggire. Non vi era modo di spiegare, né di ragionare. Ai loro occhi, lui si era macchiato di una colpa e quindi avrebbe dovuto espiarla nell’unico modo che quei “giusti” erano in grado di concepire: tramite un civile e sacro linciaggio.

12 Aprile 1952 – Guardai sul tavolo di metallo che si trovava proprio di fronte a me, fissando tutta la mia attenzione sulle pillole che il commissario aveva appena poggiato, con noncuranza, su di esso. Il resto della stanza era buia e puzzava leggermente. Un odore acre che non riuscii a riconoscere.

All’interno di essa vi eravamo solamente io e il commissario, seduti ai due lati del malconcio tavolo. L’unica fonte di illuminazione era la lampadina mezzo-fulminata che pendeva dal soffitto e spandeva la sua luce tremolante in quel luogo privo di fascino.

Dopo aver studiato quelle pastiglie per alcuni secondi, alzai lo sguardo, per fissare il grasso volto barbuto e unticcio dell’uomo che le aveva posate: “Non capisco” dissi solo. Ed era vero. Ma, nella parte più recondita della mia mente, un’idea si stava facendo largo. Un timore, più che un’idea.

Questi mi restituì lo sguardo, aggrottando un sopracciglio, il volto che mostrava un miscuglio di stupore e indifferenza: “Mi avevano detto che eri intelligente” indicò le pasticche con le sue dita tozze “Questi sono estrogeni. Dovrai assumerli per il resto della tua vita. Così è stato decretato”.

Tornai a fissare i medicinali. E poi di nuovo lui. E poi ancora i medicinali. Quindi era davvero così. Avevo avuto il terribile sospetto che sarebbe finita in questo modo. Ma, nella parte più recondita della mia anima, avevo mantenuto viva la speranza che i miei carnefici sarebbero stati capaci di trovare un pizzico di umanità e compassione e di risparmiarmi. Evidentemente, la mia fiducia nella giustizia e nella magnanimità dell’uomo erano state mal riposte.

Pur notando il mio sconforto, il commissario non fece mostra di alcun tipo di compassione o empatia. Estrasse un sigaro dalla tasca e se lo accese, aggiungendo al puzzo indistinto che permeava la stanza, quello molto più facilmente identificabile del fumo che usciva dalla sua bocca in ampie volute, simile alle nuvole di smog prodotto dalle fabbriche o dalle autovetture.

“Non capisco cosa hai da lamentarti” mi disse, con supponenza “In fondo stiamo solamente cercando di aiutarti. Stiamo agendo per il tuo bene. E per il bene di tutti”.

2021 – Guardando al passato, all’ignoranza e alla stupidità che hanno portato così tante persone a soffrire a causa della paura dei molti e della discriminazione, non possiamo che sentirci migliori dei nostri antenati. Sicuramente non compiremo più azioni tanto grette e rivoltanti. Mai più!

Figuriamoci! Noi siamo molto più intelligenti dei nostri predecessori. Abbiamo imparato tantissimo, dai loro errori. Oggi vige la Libertà, la più assoluta Libertà. E, volendo parafrasare Gaber: oggi, tutti possono dire e fare ciò che vogliono. Basta che facciano e dicano solamente ciò che vuole la Libertà.

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