Francesco Ramirez racconta la quarta Crociata

Possiamo tutti concordare sul fatto che le crociate non furono un momento glorioso, per la storia europea. Del resto, poco di quello che accadde durante il medioevo potrebbe essere definito “glorioso”…ma le crociate, in particolare, sono un esempio perfetto di impresa futile, male organizzata e, fondamentalmente, sterile nella sua azione.

D’altro canto, però, anche all’interno delle crociate, si possono trovare notevoli differenze: la crociata dei poveri, per esempio, fu un disastro totale, completamente privo di imprese meritevoli di lode. La terza, invece, fu forse l’unica a schierare, da ambo i lati, condottieri competenti, capaci di far volgere anche gli eventi peggiori in proprio favore.
Re Riccardo Cuor di Leone, in particolare, pur ritrovandosi abbandonato sia dai francesi che dai tedeschi, senza rifornimenti o aiuti, in pieno territorio nemico e in netta inferiorità numerica, fu in grado di infliggere pesanti sconfitte all’abile Saladino, che pure, prima di essere battuto dal monarca britannico, non aveva mai subito sconfitte sul campo di battaglia. E, se non fosse stato costretto a tornare rapidamente in Inghilterra per impedire al fratello di rubargli il trono (avete presente, no? È la trama di Robin Hood) re Riccardo avrebbe anche potuto riprendere Gerusalemme. Ma, in ogni caso, riuscì a stipulare una pace e la possibilità per i pellegrini cristiani di recarsi a visitare il santo sepolcro. Insomma, tutto sommato, considerando quanto il fato si fosse accanito contro di lui e la brevità della campagna stessa, si può dire che il risultato fu ottimo, per il re inglese.

Com’è possibile, allora, che ad una crociata come questa, in cui, quantomeno, i due contendenti si comportarono con onore e misero in mostra eccelse capacità sia di comando militare che politiche, sia seguito il terribile obbrobrio noto come la quarta crociata?

Ma partiamo dall’inizio: la quarta crociata fu invocata dal Papa Innocenzo III nel 1198, ovvero all’indomani della sua elezione al soglio pontificio. E il suo grido fu accolto da un giovane nobile francese, Teobaldo III, il quale ideò un piano estremamente ambizioso: usare la più grande e potente flotta che i cristiani erano in grado di assemblare per raggiungere l’Egitto, conquistarlo e, da lì, possedendo una base stabile da cui poter lanciare una potente offensiva, marciare contro Gerusalemme. Si trattava di un disegno temerario, che avrebbe richiesto grande abilità e mezzi notevoli. E che, naturalmente, andò storto nell’intero suo svolgimento.

Per attuare la sua spedizione, Teobaldo si rivolse all’unica potenza europea capace di fornirgli la flotta di cui aveva bisogno, ovvero Venezia. Ed è qui che la fortuna della crociata si esaurì. Proprio nella sua fase di organizzazione. Prima ancora di mettersi in viaggio.

I veneziani e Teobaldo si misero d’accordo e fu deciso che Venezia avrebbe costruito una possente flotta e l’avrebbe usata per trasportare l’intera forza militare della crociata oltremare. In cambio, la serenissima avrebbe ricevuto un’ingente pagamento e metà del bottino ottenuto.

Tutto sembrava deciso e pronto quando, improvvisamente, Teobaldo morì di una malattia non meglio specificata, all’età di 22 anni. Il mantello di leader della crociata, quindi, dopo assidue ricerche, passò a Bonifacio I, un nobilotto italiano. Il danno era però stato fatto: che il nuovo comandante fosse italiano, mentre la maggioranza dei crociati era francese, insieme ai ritardi per trovarlo e ai crescenti conflitti locali e di interessi, fece in modo che meno della metà degli uomini convenuti si trovassero a Venezia, pronti per partire. Ma ciò che mandò davvero fuori dai gangheri i veneziani non fu questo, bensì il fatto che i crociati non erano riusciti a racimolare tutto l’argento che avevano promesso loro come pagamento. Questo era davvero grave. Venezia era uno stato capitalista prima che il capitalismo andasse di moda: per loro, solamente il denaro aveva importanza.

Ma Enrico Dandolo, il Doge di Venezia, era un uomo fantasioso e accomodante, sempre pronto a fiutare un buon affare. Egli aveva già pensato alla soluzione ideale: perché non usare le migliaia di soldati raccolti per attaccare e saccheggiare la florida città di Zara, così da poter permettere a Bonifacio di ripagare i suoi debiti? Sembrava davvero un piano geniale: Zara era vicina e ricca, quindi quale problema poteva mai esserci? Solamente uno: che Zara era una città cristiana.

Ma Bonifacio accettò l’offerta e, tra l’altro, lasciò che Enrico Dandolo assumesse il ruolo di comandante della crociata. Al doge si unirono oltre ventimila guerrieri veneziani, i quali, a quel punto, superavano di quasi il doppio i restanti crociati.

Levate dunque le ancore e raggiunta Zara, la “crociata” la assediò e fece capitolare in appena cinque giorni, per poi darsi a terribili saccheggi. Fu in questa occasione che i pochi crociati non veneziani rimasti, che ancora mantenevano un minimo di amor proprio, si ribellarono apertamente agli ordini del doge e se ne andarono. Alcuni, addirittura, imbracciarono le armi e si opposero direttamente all’esercito veneziano. Inutilmente, però: erano decisamente troppo pochi.

Fu a questo punto, tra l’altro, che il Papa decise di scomunicare tutti i membri della spedizione, in quanto erano venuti meno ai loro doveri e avevano attaccato una città cristiana. Ma i comandanti della spedizione decisero di nascondere questa informazione ai soldati.

Era innegabile, però, che la spedizione si trovava in una situazione assai spinosa: senza un chiaro obiettivo o un capo a cui fare riferimento avendo perso buona parte del suo contingente, con l’esclusione solamente dei veneziani e, per giunta, ora priva della legittimità fornita dal Papa. Insomma, sarebbe potuta finire qui, in modo inglorioso. Una pessima crociata, guidata da pessime persone, i cui unici interessi erano il vil denaro e la cui incompetenza era superata solo dalla cupidigia. Se fosse terminata in questo modo, si sarebbe trattato di uno sforzo andato a vuoto e di una pessima iniziativa, ma comunque non peggiore di alcune che l’avevano preceduta e di altre che l’avrebbero seguita.

Ma non fu così. Purtroppo la parte peggiore doveva ancora arrivare. I crociati furono infatti avvicinati dal Principe bizantino Alessio IV Angelo, figlio dell’Imperatore d’Oriente, accecato e tenuto prigioniero dal fratello (una pratica sorprendentemente comune, presso i bizantini) e riuscito a liberarsi e a fuggire per puro miracolo. Egli fece ai veneziani un’offerta che non poterono rifiutare: promise loro ingenti somme di denaro e 10.000 soldati, in cambio del loro aiuto per impossessarsi nuovamente del suo trono. Oltre a ciò, promise inoltre di porre fine allo scisma che aveva diviso la cristianità e di accettare il papato come supremo leader della chiesa orientale.

Si trattava di una proposta troppo ghiotta per essere accantonata: i crociati ripartirono, assicurando al Papa che si sarebbero assolti ai suoi occhi con queste azioni. Ma, una volta giunti a Costantinopoli, l’accoglienza che essi ricevettero fu tutt’altro che calorosa e decisamente diversa da quella che era stata promessa. In parte a causa dell’odio verso i crociati occidentali, in parte a causa dell’incompetenza di Alessio IV e in parte per la cupidigia dei crociati stessi, che continuarono ad esigere pagamenti sempre maggiori per i loro servigi, nel 1204 la città di Costantinopoli si ribellò al nuovo, presunto Imperatore e, sotto Alessio V, suo cugino, decise non solo di non onorare i patti presi dal suo predecessore ma, anzi, perfino di attaccare la flotta e l’esercito veneziani, come misura cautelare preventiva.

E fu qui che la crociata abbandonò completamente ogni pretesa di “missione guidata da Dio” e decise di fare ciò che i suoi comandanti avevano sempre desiderato, fin dall’inizio: attaccare la città più ricca del mondo cristiano e saccheggiarla, in modo da riportare a Venezia tutta la sua immensa fortuna.

E così fecero: per ben quattordici giorni, la città fu devastata, le sue chiese e i suoi monumenti bruciati e rasi al suolo e la popolazione stuprata, uccisa o peggio.

Questa fu l’ignobile fine della crociata più disastrosa: un’iniziativa nata solo dal desiderio di ottenere ricchezza e che portò, almeno momentaneamente, uno dei regni più duraturi della storia a cadere. La quantità di opere d’arte e letterarie che andarono perdute durante la distruzione della città sono incalcolabili e i danni portati da questa terribile spedizione, che non raggiunse mai la Terra Santa, sono a dir poco incredibili. A confronto, gli Unni di Attila appaiono come dei gentili turisti passati per una visita pacifica.

E, ancora una volta, la stupidità di alcuni uomini si dimostrò inferiore solo alla loro incompetenza e avidità.

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