#Storiadiciassette

Il Biellese, terra di filature.
O almeno lo era.

Una sera d’estate, fa caldo, tanto caldo.
Esco a piedi, percorro duecento metri.
Sono vicino a casa.
Li conosco bene quei pochi metri, li ho fatti mille e mille volte.
A piedi, in bici, in vespa.
Con i miei amici, con il pallone tra i piedi, con la bici da cross.
Con le figurine del campionato 1976/77 in mano.

Duecento metri.

Sembrano pochi.

Eppure in quei pochi metri c’è una vita.

Entro.

Ora c’è un Microbirrificio, si chiama “Un Terzo”, la birra è buonissima.
Anche la “Tap Room” è curata ed è bellissima.

A me però pare di essere in un film, vedo scorrere le immagini.

Sono uno spettatore.

Vedo mio papà che carica il suo vecchio camion grigio con le casse di filato.
Per portarle al Narciso o alla Ludovica e al Wilmer che le lavoravano con le loro “Aspe” (si perché a quei tempi le lavorazioni avevano il nome delle macchine dei produttori di allora).

Vedo me, mio cugino Lauro, il Carlo e il Camillo sul cassone del camion, tra le spole e le rocche, tra i tubetti e le casse di legno.

Se guardo su per la salitella d’ingresso asfaltata mi sembra vedere arrivare il motocarro del Narciso, con il Massimo, il Fabrizio era ancora troppo piccolo, non aiutava ancora nel lavoro nei mesi estivi.
A seimila giri, quel motore sembrava pronto al decollo.
Se faccio altri cento metri entro nel loro cortile, con il pallone, sempre tra i piedi.
E là di sicuro vedo Monica ed Enrica.
Dal loro balcone scendono stese decine di maglie, di calzettoni e pantaloncini bianchi e verdi.
Sono quelle della squadra di calcio del nostro paese.
Ci giocavamo in tanti.
Forse tutti.

Già sembra ieri.

Poi guardo il campetto del prete.

Ora c’è l’erba.
Quando ero ragazzino non c’era mai stata, se non agli angoli.
Era un misto di terra e di polvere rossastra, che d’estate dopo la terza o quarta partita consecutiva ti si appiccicava addosso.
Mi sembra di vedere il Davide “Binda” lì pronto a sferrare il suo mancino micidiale o il Vittorio a ubriacarci con i suoi dribbling.
O a vedere quelli più grandi il “Tizzi”, il “Mosca”, l’ ”Artiglia” che per noi erano quasi dei semidei.

Dal “ramblè” della birreria si vede il campetto.
D’estate guardavamo i tornei notturni di calcio a sette.
Era un evento imperdibile.

Arrivavano anche quelli forti, i giocatori della Biellese, della Pro Vercelli.

E poi, ogni tanto, anche qualcuno di famoso, Braghin che giocava nell’Avellino, Zanone nella Juventus.

Una sera dissero che sarebbe arrivato Paolo Rossi, ma non arrivò, ma fu bellissima lo stesso l’attesa del Campione sempre sorridente.

Poi in quel campetto ci giocavi tanto.

Il pallone ogni tanto (per la verità molto spesso) andava a finire sul tetto della fabbrica del tuo papà.
Quella che adesso è una birreria.
Tu e Tuoi amici facevate la gara per recuperarlo, era una sfida improba, solo i più coraggiosi ci riuscivano.

Oggi minimo saresti tacciato come un folle.
E mio papà sicuramente arrestato, indagato per non aver impedito l’accesso al tetto della filatura.

Una volta avevamo fatto anche una squadra, avevamo tutti 16 anni.
C’era l’Alessandro in porta, il Daniele, marcatore implacabile, il Claudio dotato di classe innata, il Maurizio che era velocissimo e io che correvo per tre.
E c’era il Rossano, il più giovane di tutti, ma che pareva nato per giocare a pallone.
Lo chiamavamo Pupi, come Paolino Pulici il goleador del Toro.

Forse eravamo arrivati ultimi, avevamo preso tante botte, avevamo una maglia identica a quella dell’Ajax anni ’70, bianca e arancione.
Mi ricordo solo che era bellissima.

Vedo un bimbo con un loden che passa, avrà dieci anni, sì, sono io.
Passo vicino al “ritorto” c’è la mia mamma avrà trentacinque anni.
E’ bellissima.
Mi da un bacio.
Sento il profumo, sì, perché è un buonissimo profumo, della lana lavorata.
Proseguo.
Saluto mia zia Eva che è lì, che cura la roccatrice.
E vado verso la scuola, esco nella piazza della chiesa.
Prima mi fermo a rompere il ghiaccio in una vecchia tinozza di legno.
E’ spesso, tanto spesso, a novembre in quegli anni faceva veramente freddo.

Mio papà mi saluta con il suo vocione, ride e scherza.
Sta tirando su una cassa di filato.
Da solo.
Per me è l’uomo più forte del mondo.
Invincibile.

Tutte le notti verso le due o le tre suonava il telefono.
Una macchina aveva problemi.
Lui si vestiva.
Andava.
Poi alle sette ritornava, faceva colazione con me e ritornava a lavorare.
Non so quante ore facesse.
Tante, troppe.
Ma era sempre allegro.

Esco, dietro nella piazza della Chiesa, passo davanti al negozio della Ada.
Lì dentro c’è veramente di tutto, è tutto disordinato ma è quel disordine stranamente meraviglioso.
Passo davanti alla Cooperativa, al “Circulin” del Giuliano e del Michele, fino al Centrale del Baffo.
Poi entro alle elementari.

Mi giro, ho la birra davanti, mi sembra quasi di sentire le voci dell’Andrea, del Fabrizio, della Carla e anche quelle della Mariella e del Nino, anche se non ci sono più.
Non mancava certo l’allegria.
Passa il Doghy, il nostro bellissimo spinone.
Riusciva sempre a scappare.
Appena vedeva il cancello aperto sembrava un missile non lo prendeva più nessuno.

Poi il film finisce, di colpo.

Ecco.

Tutto questo per una birra.

Non pensavo che una birra potesse risvegliare tutti questi ricordi e tutti belli.

Probabilmente presto ne andrò a prendere un’altra.

Molto presto.

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