Francesco Ramirez racconta un misterioso fatto che accadde in Francia nella seconda metà del 1700

Non ti allontanare troppo. E non andare verso il bosco, mi raccomando”.

Jacques sbuffò, alzando la mano mentre correva via, per mostrare alla mamma che l’aveva sentita. Il cielo era terso e una leggera brezza primaverile gli arruffò i capelli e lo costrinse a socchiudere le palpebre. Il ragazzo si godette con gusto il venticello. Si trattava di una giornata molto più calda della media stagionale, per cui quella folata non lo infastidì. Anzi, era decisamente gradevole.

Zompettando lungo la via, il giovane intravide un ramo gettato sul ciglio del sentiero: era un bel bastone, lungo, scuro, solido. Lo raccolse, pensando che gli sarebbe certamente potuto tornare utile. E poi, così facendo, avrebbe suscitato l’invidia di Étienne. All’amico piaceva da impazzire quella tipologia di bastoni.

Sono in ritardo” disse, parlando tra sé e sé, mentre osservava l’altezza del sole nel cielo. Era stata tutta colpa della sorella, che l’aveva costretto ad aiutarla con i panni. Se non si fosse sbrigato, sarebbe arrivato troppo tardi per giocare e non avrebbe più trovato nessuno.

Dopo un breve attimo di riflessione, Jacques scrollò le spalle e si mise a correre attraverso i campi, abbandonando la stradina. Avrebbe fatto ricorso alla solita scorciatoia.

Erano passati quasi due anni dall’ultima volta che l’aveva utilizzata: aveva smesso per paura. Come tutti. Quel percorso si avvicinava troppo alla foresta e nessuno voleva rischiare un incontro ravvicinato con la Bestia.

Ma ora l’animale era stato ucciso, per cui non vi era più assolutamente nulla da temere, si disse con convinzione il giovane Jacques, mentre scrutava con occhi guardinghi le scure fronde degli alberi, che si stagliavano a non più di quaranta piedi da lui. Si mantenne appositamente a debita distanza, accelerando il passo, con il bastone sollevato tra lui e la boscaglia, come a voler erigere una barriera invisibile che lo proteggesse. Le sue orecchie erano tese, pronte a captare anche il più tenue dei rumori sospetti. Ma il ragazzo sentì solamente il cinguettio degli uccellini.

Quando, finalmente, ebbe oltrepassato la zona e la foresta rimase alle sue spalle, il giovane prese nuovamente a correre, un peso che si levava dal suo cuore. La tensione, che gli aveva fatto tremare le gambe fino a pochi istanti prima, si sciolse e lo riempì di uno strano senso di euforia. Si sentiva invincibile. Si sentiva inarrestabile. Si sentiva…

Un improvviso ringhio alle sue spalle lo costrinse a girarsi. Il ragazzo, incredulo, alzò il bastone per difendersi, ma le sue gambe e le sue braccia non erano in grado di esercitare nessuna forza. La sua mente si trovava in uno stato di assoluto panico e non riusciva a pensare a nulla. Il suo volto era distorto in una maschera di terrore che neppure sua madre avrebbe potuto riconoscere.

Jacques gridò, con tutta la voce che aveva. Ma non gli valse a nulla.

Tra il 1764 e il 1767, in una regione della Francia centro-meridionale nota come Gévaudan, furono riportate decine di attacchi ad opera di un misterioso animale feroce, mai identificato con certezza. La storia delle sue aggressioni raggiunse fama nazionale, tanto che lo stesso Luigi XV, re di Francia, si interessò della questione e mandò più volte i suoi migliori cacciatori affinché essi liberassero i cittadini da quel flagello e uccidessero la Bestia.

Alla fine, dopo molte cacce infruttuose, durante le quali fu riportato più volte che la Bestia stessa fosse stata ferita, ma che fosse sempre riuscita a rialzarsi e a fuggire, per poi tornare ad attaccare con sempre più ferocia, François Antoine, il Gran Portatore di Archibugio del re, avvistò, nel settembre del 1765, un enorme lupo e lo atterrò con un unico colpo alla testa. E quella fu considerata la fine della Bestia.

Quantomeno, per quel che riguardava Luigi XV, che fece impagliare l’animale e non volle mai più sentir parlare del “mostro”.

Gli attacchi, però, non si fermarono e, dopo qualche mese di quiete, il predatore si fece nuovamente vivo, mietendo vittime con la sua tipica ferocia, questa volta unita ad una astuzia e ad una prudenza quasi umane. Ci vollero altri due gruppi di cacciatori, i quali sterminarono tutti i lupi della zona, per porre fine agli attacchi nel 1767. A quel punto, si stima che la Bestia avesse ormai mietuto 113 vittime in 210 attacchi, lasciando inoltre 49 persone gravemente ferite. E nessuno fu mai completamente certo della sua identità.

All’epoca si pensava che si trattasse di un grosso lupo, come quelli uccisi dai cacciatori, ma non mancavano resoconti di gente che affermava che il suo aspetto fosse troppo grottesco e orripilante per appartenere a quella specie e che avesse invece un che di soprannaturale. I preti cristiani erano stati rapidi a considerarlo come una punizione divina, un mostro mandato da Dio per castigare i peccatori. Per i poveri contadini della zona, invece, non era altro che la progenie di Satana.

Oggi la discussione resta aperta: c’è chi afferma che si trattasse di un lupo particolarmente astuto e aggressivo, oppure un grosso branco di lupi. Altri, tuttavia, affermano che fosse una iena, oppure un grosso felino, fuggito da qualche circo. Insomma, anche dopo più di duecento anni, il mistero resta insoluto.

Ciò che ha contribuito alla longevità e alla fama di questo racconto, non è solo l’efferatezza degli attacchi della Bestia, ma anche la sua capacità di sfuggire ai cacciatori e di evitare le trappole, dimostrando una notevole astuzia. Oltre a ciò, la sua incredibile persistenza, la capacità di sopravvivere, più e più volte, a ferite che avrebbero dovuto ucciderla sul colpo e di tornare sempre all’attacco, anche quando ormai la si era data per morta, hanno cementato la sua leggenda come creatura più soprannaturale, che appartenente al mondo degli animali comuni.

In un resoconto postumo si afferma infatti che il proiettile che la uccise fosse fatto d’argento, poiché nessun altro metallo sarebbe stato capace di ferirla.

Insomma, forse la Bestia di Gévaudan era solo un lupo fuori misura. Forse si trattava di un animale esotico, ma comunque certo non un mostro di fantasia. Tuttavia, il mistero che la circonda tutt’ora e il terrore che causò sono senza ombra di dubbio degni di uno dei migliori racconti dell’orrore. Con la differenza che questo è avvenuto per davvero.

E, se vi interessano i mostri, vi posso assicurare che non troverete mai racconto reale più vicino alla perfetta rappresentazione di un licantropo.

Rispondi