Danilo Ramirez indica la sua definizione di capolavoro

Apriamo un dibattito lanciandoci nella definizione di capolavoro.

Mi limito all’ambito cinematografico, che è di mia competenza ma il discorso si può ampliare a tutte le opere dell’ingegno umano anche se è pur vero che diverse modalità di espressione comportano anche diverse modalità di fruizione.

Partirei dalla elaborazione di un concetto molto noto espresso in maniera poetica da Italo Calvino.
Lui si riferiva ai libri classici e io lo adatto al cinema.

Un capolavoro è un film che non ha mai finito di dire quello che ha da dire.

Il messaggio che trascende epoche e culture è fondamentale per definire il valore di un film.

Ci sono bei film, ottimi film e poi ci sono i capolavori.

Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman è un capolavoro perché oggi, oltre 60 anni dopo la sua uscita, tratta un tema eterno come il senso della vita.

Si potrebbe obiettare che molti altri film nella storia del cinema hanno trattato questo argomento, perché quello di Bergman è superiore?

Qui entrano le caratteristiche specifiche del mezzo: tempi della narrazione, sceneggiatura, recitazione, regia, fotografia, musica.

Il film è l’insieme di tante espressioni e quando ogni espressione concorre al risultato nel modo migliore si crea il miracolo. 

Rideremo sempre nel vedere I Soliti Ignoti perché è perfetto in ognuna delle caratteristiche indicate sopra.
Billy Wilder diceva che se i registi avessero saputo quali erano gli ingredienti per fare un film di successo, un capolavoro, lo avrebbero fatto tutte le volte. Ma non lo sai prima, se farai un grande film, c’è sempre un qualcosa di inatteso, di misterioso, di sorprendente.

In Effetto Notte (capolavoro) Truffaut esprime appunto questo concetto: “La lavorazione di un film somiglia al percorso di una diligenza nel Far West: all’inizio uno spera di fare un bel viaggio, poi comincia a domandarsi se arriverà a destinazione.”

Ma infine anche le caratteristiche non bastano.

L’opera d’arte ci deve dare una emozione e questa è soggettiva, ci sono film che ci incantano e lasciano altre persone totalmente indifferenti.

Nella mia interpretazione personale io voglio uscire migliore dalla visione di un film, il film mi deve arricchire.

Magari mi ha solo divertito (solo), ma se lo ha fatto con intelligenza, gusto, cultura già questo mi basta eccome.

Forse il concetto base che definisce il capolavoro è la creatività: quando ti rendi conto che non avevi mai visto prima una cosa simile. Non tanto l’originalità che potrebbe anche essere fine a se stessa, quanto davvero la folgorazione di essere incantati da un qualcosa che ti sorprende e che, nel tuo gusto, trovi bellissimo, perché un altro concetto generale, sempre per me, resta la bellezza.

Come non restare incantati da L’Angelo Sterminatore di Luis Bunuel, quella è genialità pura, la sovversione di ogni logica che lascia meravigliati, confusi ma allo stesso modo si riflette nella realtà di tutti noi.

Quindi per riassumere la mia definizione di capolavoro, al cinema è: il valore fuori dal tempo, la genialità, la capacità di portare lo spettatore nel proprio mondo di fantasia, l’emozione che sa trasmettere.

E non posso concludere se non parlando di Ettore Scola, uno dei miei dieci registi.

Molti sono i film che adoro di Ettore Scola, per me il capolavoro è C’eravamo Tanto Amati, e lo è anche per un aspetto affettivo. Il film soddisfa tutte le caratteristiche che io indico, ritratto struggente di 30 anni di vita italiana, quella dei miei genitori ma è come se la avessi vissuta anche io, tutti noi, anche chi non era ancora nato. E ogni volta che lo guardo, proprio come indica Calvino, mi dice qualcosa di nuovo.

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