Francesco Ramirez scrive sulla invulnerabilità del famoso personaggio mitologico

Nella cultura popolare, Achille è uno degli eroi più noti dell’intera mitologia greca. Probabilmente alla pari di Ercole, egli è universalmente riconosciuto. Chi non ha mai sentito parlare del più grande guerriero della guerra di Troia? La leggenda che ha sconfitto Ettore e ha messo in fuga l’intero esercito di Ilio completamente da solo?

E, se dovessi uscire per strada e domandare con irruenza ai passanti (potrei farlo, eh. Fate molta attenzione) che cosa essi sappiano riguardo ad Achille, con buone probabilità la maggior parte di loro mi direbbe qualcosa di simile: “Ma sì, Achille. È quel tizio lì, famoso perché era completamente invulnerabile. Tranne per il tallone. Lo sanno tutti!”

E, in effetti, quel tizio lì è diventato talmente famoso per la sua invulnerabilità, o meglio per il suo unico punto debole, che una parte del nostro corpo ha preso il suo nome proprio da lui.

Eppure (se avete letto anche solo uno dei miei articoli sapevate già che sarebbe arrivato un eppure), secondo la fonte più autorevole in assoluto sulla nota guerra tra Troiani e Achei, questa descrizione non è poi tanto corretta. Sto parlando, ovviamente, di Omero e dell’Iliade.

In essa, Achille è, come è ovvio che sia, descritto come un guerriero eccezionale, una spanna sopra tutti gli altri, nettamente superiore e, fondamentalmente, inarrestabile. Soprattutto quando animato dalla sua celeberrima ira. Effettivamente, Omero ce lo descrive come talmente abile e terrificante sul campo di battaglia da essere capace di mettere in fuga l’intero esercito troiano semplicemente con un urlo.

Tuttavia, quando tornerà a combattere, dopo la morte di Patroclo, egli non potrà unirsi ai suoi compagni immediatamente, ma dovrà aspettare che la madre, Teti, gli porti la sua nuova armatura (completa di un magnifico scudo) forgiata da Efesto stesso.

Se fosse stato invulnerabile, che bisogno avrebbe avuto di attendere? Non gli sarebbe bastato semplicemente afferrare la sua lancia, mettersi un paio di braghe e, magari, una scarpina terapeutica rinforzata, giusto per andare sul sicuro con quel tallone?

A quanto pare no, perché, al suo primo scontro, mi pare contro Enea, egli mostrerà chiaramente di temere la sua lancia e, quando questa impatterà con il suo scudo, Achille lo allontanerà dal suo corpo, in modo che, se fosse stata in grado di trapassarlo, non lo avrebbe ferito. Per sua fortuna, Efesto non lavorava con materiali di scarto e lo scudo, insieme all’armatura, si dimostreranno ben più resistenti di quelli di chiunque altro. E saranno proprio loro a salvargli la vita in più di un’occasione.

Ma tutto questo non dimostra comunque il mio punto: anche se Achille temeva le armi nemiche, comunque non subì mai ferite durante l’Iliade. Quindi è possibile che fosse invulnerabile ma che, magari, non lo sapesse. O comunque non fosse riuscito a superare del tutto la sua paura del dolore. Evitare di essere colpiti resta una reazione umana, dopotutto!

Si tratta però di un’argomentazione debole, ammettiamolo. E anche fallace: il vero guerriero che non sarà mai ferito, durante tutta l’Iliade, è Aiace, il baluardo degli achei (grande Aiace!). Achille, pur non subendo mai ferite sostanziali, rischierà la vita ad opera dello Scamandro, il fiume che cercherà di affogarlo. E, soprattutto, durante il suo combattimento contro Asteropeo egli verrà raggiunto al gomito da una delle due lance del troiano (era infatti ambidestro, ci tiene a precisare Omero) e subirà una ferita superficiale.

Certo, nell’istante successivo Achille lo infilzerà con la sua spada. Quindi la sua gloria avrà vita ben breve. Tuttavia Asteropeo rimarrà l’unico capace di ferire Achille durante la sua furia! E nessuno, oggi, si ricorda di lui. Povero Asteropeo.

Achille era, dunque, più che vulnerabile, in origine. La sua forza derivava da un miscuglio di altri fattori: la sua abilità, indubbia, la sua velocità, superiore a quella di chiunque altro (non per niente era detto piè veloce), la sua forza prodigiosa (Omero dice che la sua lancia fosse tanto pesante che nessun altro, tra gli Achei, era capace di sollevarla) e, ultimo, ma non meno importante, il suo equipaggiamento, forgiato direttamente dal dio della metallurgia.

Il mito della sua invulnerabilità nacque decisamente più tardi e non certo nella storia di Omero stesso. Forse si tratta addirittura di un’aggiunta tarda romana, magari risalente all’Achilleide di Stazio. Oppure avrebbe potuto trattarsi di un racconto già consolidato in epoca greca (ma comunque posteriore rispetto all’Iliade), che però non è arrivato fino a noi nella sua forma originale.

Una cosa resta certa: sicuramente il “vero” Achille, quello omerico, il personaggio primigenio, non possedeva questo dono soprannaturale. E, forse, se lo avesse avuto, la sua storia non sarebbe stata tanto affascinante da renderlo così famoso da permettergli di giungere fino ai giorni nostri.

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