Danilo Ramirez scrive un racconto ispirandosi al personaggio ideato da Achille Campanile negli anni 30 del secolo scorso

La sfortuna mi segue passo dopo passo e non mi abbandona mai; quando credo di essermene sbarazzato essa sbuca da dietro un angolo col suo ghigno malevolo e sussurra: eccomi Cornabò, credevi di avermi seminato? Sono sempre qui con te!

Circa un mese fa me ne stavo tranquillamente seduto ad un tavolino del noto bar “alla sora Assunta”, ove abitualmente trascorro alcune ore delle mie giornate meditando sui numerosi progetti che affollano la mia mente, quando si sono avvicinati lo Smilzo e il Patacca.

Non traggano in errore i simpatici nomignoli che noi tradizionali avventori siamo soliti assegnare a tutti coloro con i quali dividiamo la frequenza dell’elegante locale, provvisoriamente situato in uno dei quartieri meno consigliati della città.

In questo caso specifico si tratta di due individui di nobili intenti e signorile figura, trovatisi in temporanee difficoltà economiche per quei casi fortuiti della vita ai quali anche io non ho sempre potuto sottrarmi.

“Gino ti dobbiamo parlare, abbiamo una proposta che non puoi rifiutare!”

“Dite, dite pure, casualmente mi sono liberato da alcuni appuntamenti di lavoro e posso ascoltarvi” risposi disponibile, perché io ascolto sempre gli altri, sono gli altri che non ascoltano mai me.

“Ecco – spiegò lo Smilzo – abbiamo fondato una associazione di alto interesse morale e vorremmo che una persona di provata dignità ne fosse a capo, un rapido sondaggio tra gli avventori del locale ha indicato un solo nome, il tuo”.

Nascondendo a fatica l’orgoglio risposi: “Sono lusingato dalla vostra attestazione di stima che, lo ammetto, so di meritare, potete spiegarmi più dettagliatamente il vostro progetto?”

Il Patacca mise davanti ai miei occhi un foglio intestato “Fondazione Economica Sostegno e Sviluppo Oppressi”.

“La nostra associazione vuole intervenire concretamente per aiutare coloro che si trovano in cattive condizioni finanziarie, mettendo in pratica iniziative che attualmente sono in avanzata fase di studio, ti chiediamo di esserne il presidente” concluse solennemente.

Mi alzai di scatto con le lacrime agli occhi: “Sono onorato della vostra offerta, vi direi subito sì con caloroso slancio emotivo ma sapete che ho numerosi impegni per cui mi riservo di darvi una risposta domani, qui alla stessa ora”.

Li salutai con una forte stretta di mano e mi diressi verso casa.

Presidente! Come Giorgio Washington con il quale in effetti ho sempre saputo di avere non poche affinità. I governanti mi negano da anni il titolo di cavaliere ma ecco qualcuno che sa riconoscere le mie qualità e pone rimedio a quella grave ingiustizia con una nomina ancora più importante.

Mentre camminavo verso casa vedevo già il mio nome sui giornali, su biglietti da visita e un bell’ufficio con una giovane segretaria indaffarata nel gestire la mia agenda piena di importanti appuntamenti.

Un solo ostacolo si frapponeva tra me e l’agognato incarico, quell’ostacolo mi attendeva dietro la porta di casa.

“Ti ha dato di volta il cervello!” l’Adalgisa non aspettò la fine delle mie parole “Smilzo e Patacca sono reduci da una assoluzione con formula dubitativa per quella truffa verso le Poste e tu accetti di essere coinvolto con loro? Chissà cosa stanno escogitando ai tuoi danni!”

“Sempre sospettosa, se tutti fossero come te il mondo non progredirebbe verso quegli obiettivi di fratellanza che ci permetteranno di renderlo migliore. Sono stati assolti, l’hai detto anche tu. Lo scopo dell’associazione è nobile e io penso che accetterò”.

“Accetterai cosa? Da quello che mi hai detto non si capisce neppure l’attività di questa fantomatica fondazione!”

“Non sono uno stupido, leggerò attentamente le carte prima di firmarle”.

Così feci.

La mattina dopo esaminai con attenzione i documenti anche se, devo ammetterlo, ogni tanto mi distraevo nel pensare ai miei futuri progetti di presidente.

Non capii molto di ciò che era scritto su quei fogli ma non volevo apparire ignorante di fronte a chi riponeva così tanta fiducia nelle mie capacità e così accettai la nomina accolto dai complimenti dei due individui.

Devo ammettere che le cose non andarono come io avevo immaginato.

Smilzo e Patacca non si fecero più vedere al bar nei giorni successivi e quando li incontrai, per caso in una via del centro, si dimostrarono piuttosto sfuggenti di fronte alle mie precise richieste di spiegazioni.

Fino a quando…..

Ieri mattina i carabinieri bussarono alla porta di casa mia e chi andò ad aprire? L’Adalgisa.

“Vive qui Gino Cornabò, presidente di questa Fondazione?” Il militare mostrò un foglio alla donna che cominciò a sbraitare.

“Lo sapevo, lo sapevo! Tu, il solito testone, ma quando mi ascolterai!”

Continuava a disperarsi mentre scendevo le scale spiegando al maresciallo che evidentemente doveva esserci un malinteso.

Ho trascorso tutta la giornata in caserma scoprendo che l’associazione era una copertura di comodo per gestire un giro di scommesse clandestine.

I carabinieri hanno capito subito che ero stato coinvolto inconsapevolmente e quanto mi hanno rimproverato per la mia leggerezza: “Torni a casa Cornabò e dia retta a sua moglie che mi è sembrata molto più saggia di lei. Non si firmano le carte senza leggerle, stia ben attento un’altra volta, non siamo sempre disposti a credere alla sua ingenuità!”

Già, mia moglie (che poi come ben sapete non è neanche mia moglie), la preoccupazione più grossa era lei e la sua reazione non appena avessi varcato la soglia di casa.

L’Adalgisa era ricurva sulla poltrona, il suo silenzio una condanna annunciatrice di violente tempeste.

La donna alzò il volto e mi parlò lentamente: “Che vergogna, tu sai come hanno chiamato questa vicenda i carabinieri?”

“No” risposi con un filo di voce ma anche con un pizzico di curiosità.

“Operazione Fesso!” urlò la donna a due palmi dal mio viso.

Tentai timidamente: “Forse dalle iniziali dell’associazione di cui ero presidente, non avevo fatto caso che la sigla avesse questa composizione alquanto singolare devo dire”.

“E’ per quello che eri presidente! Smilzo e Patacca ti hanno preso per i fondelli fin da subito sapendo che saresti stato annebbiato dalla tua sciocca ambizione, ma qui la vera stupida sono io che con quel fesso ci vivo tutti i giorni!” L’Adalgisa, fuori di sé, prese un posacenere di cristallo e lo lanciò verso di me che feci appena in tempo a barricarmi dentro la mia camera dove attendo ancora adesso che le passi la sfuriata.

Caro Giorgio, siamo stati accomunati nella stessa esperienza di comando, tu come presidente degli Stati Uniti d’America e io della associazione Fesso, so che anche tu hai avuto non pochi problemi con il tuo incarico, sarà bello parlarne insieme quando ci incontreremo nel regno dei grandi.

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