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Sokushinbutsu – di Francesco Ramirez

Francesco Ramirez descrive un macabro rito dei monaci buddisti, in uso per molti secoli ma vietato già dalla fine del 1800.

Io ho la tendenza a parlare, scrivere o in ogni caso narrare, di eventi o storie per lo più positive. O, quantomeno, che possono avere un’interpretazione positiva, e a concentrarmi dunque maggiormente su di essa. Questo per vari motivi ma, principalmente, perché, se posso spendere del tempo a raccontare qualcosa, preferisco che essa lasci un’impressione positiva in chi la legge e possa, in un certo modo, nobilitare il suo spirito.

Ecco. Questo non è il caso di oggi. Oggi si soffre. Io vi ho avvisato.

Dunque, quello di cui vorrei parlare, o meglio, solamente accennare rapidamente, perché non vorrei in alcun modo dilungarmi e scendere nei particolari, soprattutto per chi sia facilmente impressionabile, è una pratica portata avanti per centinaia di anni dai monaci buddhisti.

E già vi sento mormorare: “vabbé, ma se si tratta di una pratica buddista non sarà poi niente di tanto drammatico. Loro sono pacifisti e ascetici. Che mai potranno aver fatto di tanto orrido?”

Ah, beata ingenuità…

Questa pratica, a cui ho appena accennato, si chiama Sokushinbutsu, che può essere tradotta come “il Buddha nel suo stesso corpo” e, in parole molto povere, si tratta di un processo di mummificazione di un monaco. Iniziato quando il monaco stesso è ancora in vita.

Esso si divide in tre fasi, in cui il santo, che inizierà questo martirio per raggiungere lo stato di Buddha, torturerà in modi sempre peggiori il suo corpo, preparandolo a raggiungere l’illuminazione tramite una forma di ascetismo decisamente esagerato.

Ogni fase durerà mille giorni. Pensate: mille giorni di privazioni sempre peggiori, a cui una persona si sottoporrà volontariamente. Nella prima, la più semplice, egli si recherà in una valle, da solo, praticando una vita di meditazione e seguendo una dieta a base di semi e noci, estremamente limitata, finalizzata alla perdita della massa grassa.

Nella seconda, pur mantenendo il corpo in attività, tramite il lavoro fisico e la meditazione, la sua dieta sarà ancora più restrittiva, consistendo praticamente solo di radici e corteccia. Ad essa si aggiungerà, nelle fasi finali di questa tortura, un tè tossico, che provocherà forte sudorazione, nausea e diuresi. Il tutto, così da poter perdere completamente la massa grassa e da provocare uno squilibrio incredibile nella quantità di liquidi presenti all’interno del corpo, che spariranno quasi completamente.

Ma è nella terza e ultima fase, però, che arriva e il vero e proprio orrore: quest’ultimo passaggio prevede che il monaco venga sigillato in una cripta in pietra, grande appena abbastanza per contenerlo da seduto, con le gambe incrociate. Ivi, con un ricambio di aria reso possibile solo attraverso una cannula di bambù, egli è lasciato in meditazione, senza acqua né cibo. Di fianco a lui, ci sarà solamente una campanella, che lui suonerà a intervalli regolari, per far sapere di essere ancora in vita. Ammesso e non concesso che questa possa essere chiamata vita.

Quando però egli non suonerà più la sua campana, i monaci all’esterno toglieranno la cannula e sigilleranno completamente la cripta, lasciando il monaco, agonizzante e in fin di vita, a morire in un ambiente a scarsissimo contenuto di ossigeno.

Terminati i mille giorni, infine, la cripta verrà aperta e il cadavere sarà valutato: se completamente mummificato, allora esso diventerà immediatamente oggetto di venerazione e il monaco morto sarà considerato come asceso al rango di Buddha. Nel caso vi siano segni di putrefazione, invece, esso sarà esorcizzato e, anche se il percorso del monaco sarà ricordato con rispetto, egli non assurgerà all’agognato livello supremo.

Per quanto ora non sia più praticato (e meno male!!) questo rituale risulta, a mio avviso, davvero aberrante. E il pensiero che qualcuno vi si possa sottoporre di propria volontà ancora più inverosimile.

Intendiamoci: questo rito rappresenta un eccesso, in questo caso un eccesso di ascetismo che, come l’eccesso di edonismo, non è salutare. Nessun eccesso, del resto, lo è. Lo stesso Buddha originale, Siddharta Gautama, dopo aver praticato un iniziale ascetismo molto rigoroso, lo rifiutò completamente, definendolo inutile. La sua via, infatti, era la “via di mezzo”, che si collocava appunto tra i due estremi.
E, per quanto contenesse disposizioni ascetiche, non indicava nessuna pratica di penitenza corporale autoinflitta, poiché il corpo non doveva essere indebolito o danneggiato. Bisognerebbe amarlo e rispettarlo, così come bisogna amare e rispettare noi stessi e gli altri.

Ecco, alla fine non sono riuscito ad evitare di aggiungere un qualcosa di positivo. Del resto ogni religione ha le sue mele marce, le sue esagerazioni, i suoi fanatici. In alcuni casi, essi nascono dall’allontanamento dal messaggio originale; in altri dal seguirlo fin troppo da vicino.

In tutti i casi, però, rimane comunque affascinante studiarli e conoscerli. Quantomeno per imparare a prenderne le distanze.

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