Danilo Ramirez racconta il suo titolo italiano under 20 nel salto in lungo

Era il 31 luglio del 1976 un sabato, 23 giorni prima avevo passato l’orale della maturità nel liceo scientifico di Biella dove avevo trascorso i 5 anni più spensierati della mia vita.

Partimmo col treno quella mattina, c’erano altri atleti e i nostri due accompagnatori Franco Ferlisi e Franco Bessi, il primo mio allenatore da 4 anni mentre il secondo lo aveva affiancato nell’ultimo anno.
La mia gara era al pomeriggio a Verona, in quei tempi era impensabile andare a dormire prima in un posto che potevi raggiungere in giornata, fosse anche l’Olimpiade.
Ero molto tranquillo, non gareggiavo da mesi.
E’ vero che a maggio avevo saltato 7,20 alla prima gara della stagione, è vero che non c’erano Veglia e Piochi molto più forti di me ma subito dopo quel 7,20 mi ero fatto male, una brutta contrattura al bicipite femorale destro, la gamba di stacco. Avevo ripreso dopo oltre un mese, c’era la maturità che mi impegnava molto e quindi i miei allenamenti erano stati poco più che un mantenimento senza alcun riscontro di gara.
Non mi aspettavo davvero nulla, non sapevo proprio cosa avrei potuto fare e poi arrivando dopo un viaggio in treno e lo spostamento a piedi dalla stazione allo stadio Bentegodi “tanto è vicino”.
Quindi feci il mio riscaldamento, le rincorse di prova e mi trovai alla chiamata del primo salto.
6,20.
Scarso è dir poco, non andavo avanti.
Neanche gli altri per la verità, si saltava poco quel giorno, incombeva il temporale ed eravamo tutti piuttosto mosci ma con 6,20 non vai certo in finale a un campionato italiano.
Secondo salto.
6,30.
Rimane scarso.
Franco F., il mio amato e storico allenatore, aveva un quaderno sul quale segnava tutti i salti per capire se se sarei andato in finale, guardai in tribuna e lo vidi gettare a terra quel quaderno, lui sempre così calmo e sorridente.
Ma ebbi un momento di consapevolezza, gli feci cenno che c’ero, ero tranquillo, ero entrato in gara.
Il terzo salto fu di poco superiore ai 6,60 che era l’ultima misura per entrare in finale.
L’ho detto che si saltava poco quel giorno e poi un po’ di fortuna ci vuole.
A questo punto cambiai marcia, dovevo spingere e potevo farlo, c’era solo un po’ di ruggine dovuta ai mesi senza gare.
Intanto la nuvola sempre più nera sul campo.
Primo salto di finale: 6,92 passo secondo.
Non mi basta, posso fare di più.
Ero l’ultimo nel turno dei salti di finale, cominciò a piovere.
Decisero di finire il turno, sotto le gocce sempre più fitte saltai 7,08. Rapida misurazione e gare sospese, tutti sotto le tribune a lasciare sfuriare il temporale estivo.
Io mi cambiai le scarpe lentamente, quella pioggia me la volevo prendere tutta insieme alla soddisfazione che sentivo dentro, ero primo.
In tribuna abbracciai i due Franco, 4 anni di allenamenti, quello era il risultato.
IL temporale finì e le gare ripresero.
Convocazione degli allenatori dei finalisti, la domanda era “volete fare ora il salto che manca o lo rimandiamo a domani mattina?”
Oggi può sembrare un quesito strano ma quel giorno i giudici lo proposero.
Naturalmente Franco F. aveva la sua strategia: riprendere dopo un’ora non ce la possono fare a superarlo mentre magari domani mattina qualcuno fresco azzecca ancora il salto, finiamo adesso.
Ma…..c’era il problema. Mancava all’appello il saltatore sardo, non c’era proprio, chiamati e richiamati con l’altoparlante non erano apparsi né lui né l’allenatore, si scoprì il giorno dopo che erano subito andati alla stazione per tornare a casa, già contenti della finale guadagnata.
Ma nessuno lo sapeva in quel momento.
Per fortuna gli altri allenatori decisero tutti di finire la gara in quel momento. Un breve riscaldamento durante il quale capii che non ne avevo proprio più, la stanchezza del viaggio e la durata della gara avevano esaurito le mie energie.
Ma ero l’ultimo a saltare, li guardai tutti sperando che nessuno mi superasse e così avvenne.
Ramirez“, chiamò il giudice, “passo”, ero rimasto primo.
Ma non avevo ancora vinto.
I giudici decisero che se fosse riapparso il saltatore sardo aveva diritto anche la mattina dopo a fare il suo salto.
Così andammo a dormire col dubbio se ero campione italiano o no.
La mattina dopo si scoperse quello che ho anticipato, l’atleta e il suo allenatore erano in viaggio se non già a a casa loro e il titolo era mio.
Premiazione sobria nella quale il premio più bello era la lettera di convocazione per l’incontro internazionale ITA-FRA-SPA di categoria che si sarebbe tenuto una settimana dopo.
La convocazione spettava di diritto al campione italiano, oggi sono convinto che se non avessi vinto non mi avrebbero convocato, non ho avuto fortuna con le nazionali io.
Ma quell’anno ero davvero forte, in autunno saltai un 7,45 che allora era la decima misura under 20 di tutti i tempi in Italia.
Forse se la mia carriera avesse preso un’altra strada……ma questa è un’altra storia.
 

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