Francesco Ramirez affronta un classico

Avrei voluto iniziare questo articolo dicendo qualcosa del tipo “adesso vi spiego perché tutti dovrebbero leggere, almeno una volta nella vita, l’Iliade”.

Un inizio molto arrogante, anche un po’ spavaldino, che probabilmente non sarei riuscito a giustificare con le mie sole parole. In questo, infatti, ho sempre avuto molte difficoltà: ovvero nell’esporre, nell’illustrare per filo e per segno, i motivi per cui alcune opere, letterarie, cinematografiche, o anche fumettistiche, mi colpiscono a livello emotivo e personale maggiormente rispetto ad altre.
E, naturalmente, vi è la possibilità di ragionarci sopra e di spiegare tali motivazioni in modo logico.
Io sono abituato a fare così: cerco sempre di trovare l’origine razionale che porta un’opera ad essere superiore (o inferiore) rispetto ad altre. Eppure, per tutte queste motivazioni, quelle che mi toccano davvero e lasciano un segno sulla mia psiche, lo fanno per motivi che non posso esprimere in maniera tanto diretta e semplicistica. Il loro messaggio mi colpisce a livello istintivo, prima ancora che la mia mente possa apprezzarle per la loro ricchezza artistica. È un po’ come diceva Hermann Hesse in Siddharta: la saggezza non può essere trasmessa. La saggezza che un saggio tenta di trasmettere suona sempre simile alla follia.

Per questo motivo, vorrei riportare un passaggio del Quarto Libro dell’Iliade, così da porte lasciar prima parlare Omero e, successivamente, cercare di spiegare con i miei mezzi, inferiori e impacciati, perché quest’opera, appartenente ad un’epoca così lontana da me e che rappresenta una società e degli uomini con dei valori tanto diversi dai nostri, sia ancora rilevante oggi, a quasi 3000 anni dalla sua realizzazione.

Qui il Telamonio Aiace colpì il figlio d’Antemione,
un giovane florido, Simoesio, che un giorno la madre,
scesa dall’Ida, del Simoenta alla riva
partorì, ché venne coi genitori a badare la greggia;
perciò Simoesio lo dissero; ma ai suoi genitori
non rese compenso, breve per lui la vita
fu, poi che cadde sotto la lancia d’Aiace magnanimo.
Mentre avanzava, lo colse per primo, nel petto, sulla mammella
destra; la punta di bronzo diritta traverso la spalla
passò, egli piombò nella polvere, in terra, come un pioppo
cresciuto nell’umido prato di grande padule,
liscio, e i rami in cima gli spuntano

Così l’Antemide Simoesio venne ucciso

dal divino Aiace.

Questo passaggio rappresenta l’inizio delle ostilità tra Achei e Troiani. Infatti, nei libri precedenti, la battaglia vera e propria non era ancora scoppiata e solo ora, nel Quarto, gli scontri prendono il via e i due schieramenti si lanciano l’uno sull’altro, simili a lupi (parole di Omero, non mie).

Ciò che mi ha sempre colpito del passaggio sopracitato è la cura con la quale il poeta descrive la morte di questo personaggio, la cui importanza, per il resto dell’opera, è zero: questa era la prima e unica volta in cui egli è stato nominato all’interno dell’intero romanzo. Eppure, il modo in cui Omero riesce a descriverci tutta la sua vita, con rapide pennellate che ce la rendono evidente, senza dover appesantire il testo, rappresentandola nella sua interezza in appena dodici versi, riesce a rendere alla perfezione sia la caducità dell’esistenza umana, sia la tragedia terribile di questa guerra, di cui noi abbiamo avuto solo un breve assaggio ma che, nella sua totalità, prima ancora che l’Iliade avesse inizio, era già durata ben nove anni.

Alcuni hanno definito quest’opera come una critica della guerra, proprio per questi passaggi, in cui essa è descritta nella sua più orrida brutalità. Altri l’hanno definita, invece, come un tentativo di apologia ed esaltazione della stessa, visto il tema centrale dell’onore, che può essere ottenuto solamente in battaglia, e le continue descrizioni di magnifici guerrieri e duelli mozzafiato.

A mio parere, entrambi i partiti sbagliano il loro approccio e si ritrovano dunque nel torto, perché stanno cercando di politicizzare e rivedere solamente con un’ottica moderna un’opera scritta nell’ottocento avanti Cristo. E, per di più, non sono queste le chiavi di lettura che la rendono più interessante.

l’Iliade è un’opera umana, ricca di emozione e di messaggi contrastanti, che però rappresentano una buona fetta della nostra stessa natura e, quindi, sono parte integrante del nostro essere creature piene di contraddizioni, capaci, allo stesso tempo, di apprezzare la terribile devastazione portata dall’ira di Achille contro le povere schiere Troiane e il toccante e magnifico incontro tra Ettore e la moglie, Andromaca, con il figlio, nel sesto libro.

Tutto questo fa parte dell’insieme di elementi che rendono l’Iliade ancora così moderna: la vibrante differenza tra i vari personaggi e il fatto che nessuno di essi sia meno importante di altri. Tanto che perfino un giovane senza alcun talento, alcuna discendenza divina, privo di autorità e di un fato glorioso, può meritarsi, in punto di morte, una retrospettiva dell’intera sua vita, immortalando la sua esistenza in una delle opere più importanti dell’intera letteratura occidentale.

E, se non sono riuscito a convincervi a leggere l’Iliade dopo tutto questo…pazienza. Ci sono tanti altri libri. Avete mai sentito parlare di una certa Odissea? Dicono che sia bellina.

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