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Galvano, cavaliere di Re Artù – di Francesco Ramirez.

Francesco Ramirez racconta uno dei cavalieri della Tavola Rotonda di Re Artù

Why Should I Swerve from Stern and Strange Destiny?
What can a Man do but Try?

(citazione da Galvano e il Cavaliere Verde,
“Perché dovrei evitare un destino strano e avverso?
Cosa può fare un uomo se non provare?”)

La storia di re Artù e dei suoi famosi cavalieri della Tavola Rotonda ha da sempre affascinato i lettori e gli scrittori di tutte le epoche. Soprattutto i racconti scaturiti in terra francese e inglese, durante il basso medioevo, sull’argomento hanno portato alla ribalta il leggendario re britannico, immortalandolo per sempre nell’immaginario collettivo.

Uno dei più…potremmo dire particolari, tra i suoi cavalieri, è Galvano, nipote dello stesso re, in quanto figlio della sorella Morgause, e, in alcune versioni, erede al trono. In alcune versioni.

E già, perché purtroppo, o forse per fortuna, i racconti e le leggende riguardo la famosa Tavola Rotonda sono cambiati con il tempo, stravolti dagli scrittori stessi che hanno deciso di prendere in mano le opere del passato e dare connotazioni completamente diverse ai vari personaggi del mito. E buona parte delle saghe che sono oggi maggiormente note al grande pubblico arrivano proprio da questi autori.

Un caso estremo è quello di sir Kay, che, nella versione originale, quella celtica, era noto come Cei e, tra tutti i cavalieri di Artù, era forse il più forte e valoroso, con poteri soprannaturali che lo facevano apparire quasi come un semidio. Nei racconti successivi, però, egli venne declassato a guerriero tronfio, borioso, poco abile nella guerra ma dalla lingua lunga e acre. I più potranno ricordarselo per la sua rappresentazione maggiormente nota, ovvero quella dell’antipaticissimo Caio, fratellastro di Artù nel cartone della Disney: La Spada nella Roccia.

Forse un trattamento anche peggiore subirà Bedivere, l’altro grande guerriero di Artù, il magnifico cavaliere con un braccio solo che, assieme a Cei, è compagno inseparabile del re. Egli, semplicemente, verrà abbandonato e dimenticato, come se non fosse mai esistito. Al posto suo, verranno inseriti un’infinità di nuovi personaggi, invenzione degli scrittori successivi, che si accaparreranno tutta la fama e la gloria. Fanfiction del più alto livello, signori.

Questo dove ci porta, in relazione a Galvano? Ebbene, egli si trova circa a metà strada: se è vero che infatti esisteva già, nel mito originale, Galvano non aveva una parte molto prominente, il più delle volte. Il suo ruolo venne però ingigantito notevolmente nelle successive “edizioni” del racconto, tanto da essere presentato come il miglior cavaliere della Tavola Rotonda, oltre che più nobile e valoroso tra essi. Ma, col tempo, anche questa sua posizione fu cambiata, soprattutto a causa dell’arrivo di Lancillotto e Tristano, e la sua descrizione subì le maggiori variazioni: mentre per alcuni egli rimase comunque un esempio delle virtù cavalleresche, altri, soprattutto gli scrittori francesi, ma anche Thomas Malory, decisero di trasformarlo quasi in un mostro, che rappresenterà l’esatto opposto di quello che inizialmente simboleggiava.

Quale di queste versione è la migliore? Sta a voi giudicare. Ma, in questa occasione, vorrei raccontarvi una delle storie che lo ritraggono, se non al suo meglio, quantomeno in una delle sue raffigurazioni più umane: Sir Galvano e il Cavaliere Verde.

Questa storia, risalente al XIV secolo, comincia con l’interruzione di una festa alla corte di re Artù da parte di un enorme cavaliere, completamente verde. Egli, presentandosi senza invito, sfiderà l’intera corte ad un peculiare gioco: per chiunque ne avesse avuto il coraggio, invitava a prendere la sua ascia e a sferrargli un singolo colpo. Dopodiché, a distanza di un anno, il cavaliere che avesse sferrato quel colpo si sarebbe dovuto lasciar colpire a sua volta dal Cavaliere Verde.

Nello sgomento generale, il primo, e anzi, l’unico ad accettare, sarà Artù, il cui coraggio è superiore a quello di tutti gli altri suoi sudditi. Ma, nel vedere ciò, Galvano lo fermerà, affermando di essere molto più sacrificabile del suo illustre zio-re. Prenderà dunque l’ascia e, con un sol colpo, taglierà la testa del misterioso sfidante.

Il quale, senza alcun disagio, almeno non da parte sua, raccoglierà la testa, rimonterà a cavallo e, come se niente fosse, se ne andrà via.

Galvano, quindi, realizzando che scommettere con misteriosi stranieri evidentemente dotati di poteri soprannaturali non era la migliore delle idee, si metterà in viaggio, così da poter cercare il luogo convenuto per onorare la sua promessa con il cavaliere; ovvero la Cappella Verde. Decisamente monocromatico, come racconto.

Durante la sua ricerca egli si imbatterà, dopo lunghe peripezie, in un castello nel bel mezzo della foresta, il cui signore lo accoglierà con grande cortesia e lo aiuterà a riprendersi dal lungo e periglioso viaggio. Lo informerà anche di conoscere il luogo della sua destinazione e che glielo avrebbe indicato quando fosse ritornato in condizione di mettersi nuovamente in viaggio.

Frattanto, per passare il tempo, gli proporrà un gioco (mmm): ogni giorno, egli sarebbe andato a caccia e, qualunque preda fosse riuscito a catturare, l’avrebbe data a Galvano. Di contro, ogni cosa Galvano avesse ottenuto durante la giornata nel castello, gliela avrebbe consegnata.

Galvano accetterà istantaneamente. Cosa sarebbe mai potuto andare storto, in un simile gioco innocente?

Ed ecco che, non appena il padrone di casa avrà varcato la soglia per andare a caccia, la moglie si getterà su Galvano per cercare di sedurlo. Ovviamente. C’è sempre la fregatura.

Ora, per capire esattamente quanto fosse spinosa la situazione, per Galvano, occorre sapere che, pur non potendo accettare le sue avance, perché sarebbe sbagliato (Lancillotto, prendi appunti), allo stesso tempo, il suo codice cavalleresco gli impediva di rifiutarla brutalmente, poiché l’avrebbe disonorata. Il nostro eroe opta, quindi, per un compromesso: accetterà un singolo bacio. Ma nulla di più.

Al ritorno del padrone di casa, dunque, egli riceverà la sua selvaggina e Galvano gli darà quel singolo bacio, senza rivelare da chi l’abbia avuto.

Il giorno seguente, tutto si ripeterà esattamente allo stesso modo, con l’unica differenza che Galvano riceverà due baci. E, allo stesso modo, egli li restituirà.

Il terzo giorno, però, dopo aver ricevuto tre baci, la moglie del signore del castello gli offrirà dei pegni, così che lui possa ricordarsi per sempre di lei: vari gioielli, di grande valore. Che, però, Galvano rifiuterà, con gentilezza.

Ma quando lei gli offrirà la sua cintura, affermando che fosse capace di proteggere chiunque la indossasse da qualsivoglia ferita, il cavaliere, terrorizzato dal suo imminente incontro con il Cavaliere Verde, cederà e accetterà il dono. E, quella sera, al padrone di casa consegnerà solamente i tre baci, tenendosi stretta la fascia incantata.

Il giorno seguente, andrà finalmente al luogo convenuto per ricevere ciò che gli spetta. Trovato dunque il mistico guerriero verdeggiante, con in braccio la sua fida ascia, egli gli porgerà il suo collo, pronto a subire la punizione. Il Cavaliere Verde vibrerà due colpi, fermandosi proprio prima di raggiungerlo. E al terzo, invece di tagliargli di netto la testa, gli sfiorerà appena il collo, provocandogli un minuscolo tagliettino.

In seguito a ciò, il cavaliere spiegherà ad un basito Galvano che, in realtà, era proprio lui il padrone di casa che l’aveva ospitato fino alla notte precedente (Gasp! Nessuno se lo sarebbe mai aspettato) e che aveva mandato sua moglie a testarlo, in modo da mettere alla prova il suo valore e la sua integrità. Avendolo trovato dunque onorevole, lo aveva risparmiato.

Galvano, vergognandosi, rivelerà però di aver mancato alla parola data e di aver nascosto il dono che la dama gli aveva fatto. Al che, il Cavaliere Verde lo tranquillizzerà, affermando che la sua mancanza era dovuta alla paura di perder la vita e che non poteva fargliene una gran colpa, poiché aveva semplicemente dimostrato di essere umano.

Nonostante la vergogna da lui provata, quindi, Galvano potrà tornare a palazzo con la testa ancora attaccata al collo; conscio di essere imperfetto, ma con la convinzione di poter continuare a fare del proprio meglio per raggiungere quegli ideali che tanto ammira.

Un finale, dunque, molto particolare, per la letteratura dell’epoca. Invece di condannarlo pesantemente per i suoi difetti, il Cavaliere Verde sembra quasi ammirare Galvano, il quale, nonostante il suo lato umano, che lo rende debole, decide comunque di dare tutto se stesso per inseguire un ideale che sembra irraggiungibile.

Pare quasi una morale moderna: non occorre essere perfetti e, d’altro canto, la perfezione non è realizzabile. L’importante è, però, continuare sempre a provare.

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