L’epopea di Gilgamesh come metafora della condizione umana

di Francesco Ramirez

L’Epopea di Gilgamesh è largamente considerata il più antico ciclo epico della storia; quantomeno tra quelli pervenutici. Oltre a questo, è anche il più antico testo letterario degno di nota, essendo giunto fino a noi su tavolette di argilla, scritto in caratteri cuneiformi, e risalendo a ben 4500 anni fa. Ed essa narra, sorpresa sorpresa, le gesta di Gilgamesh.

L’Epopea racconta la vita del leggendario re di Uruk, colui che “vide ogni cosa; che apprese e che fu saggio in tutte le cose”. E come potrebbe mai iniziare una simile storia, se non facendoci sapere che il nostro protagonista è un pessimo re che vessa la sua popolazione e la tratta con crudeltà, senza mai considerarla o aiutarla?

Sorprendente che una persona del genere fosse considerata saggia in tutte le cose, non è vero? Che i valori di quell’epoca fossero tanto diversi rispetto ai nostri?

Prima di tutto: sì, i valori erano decisamente diversi. Valutare un poema scritto migliaia di anni fa, in un mondo in cui l’uomo faceva ancora fatica a sopravvivere, usando il nostro compasso morale moderno non è cosa saggia. Ma, secondariamente e soprattutto, perfino nel più antico poema della storia è presente qualcosa che anche noi al giorno d’oggi consideriamo fondamentale per un racconto interessante: ovvero lo sviluppo del personaggio.

Infatti Gilgamesh parte proprio come l’opposto di quello che ci viene presentato nel proemio: un re prepotente, violento e vanaglorioso. E i suoi cittadini non sono per nulla contenti di ciò. Così come gli dei, i quali decidono di punirlo creando un essere umano che sia suo eguale e lo possa sconfiggere.

Viene così dato alla luce Enkidu, il guerriero selvaggio. Contrariamente a quanto gli dei si aspettano, però, dopo un primo scontro iniziale, i due eroi riconosceranno nell’altro un degno compagno e diventeranno subito inseparabili. E fu così che la prima bromance documentata della storia umana ebbe inizio. Alla faccia vostra, Patroclo e Achille.

I due semidei cominceranno, assieme, a compiere una serie di gesta incredibili, uccidendo, tra le altre cose, il terribile mostro Humbaba, guardiano della Foresta dei Cedri, e rubandone così gli alberi.

Tornati ad Uruk, Gilgamesh viene poi corteggiato da Ishtar, la dea dell’amore carnale, ma la respinge, adducendo a motivazione la lugubre fine occorsa a tutti i suoi precedenti amanti e sposi. Ishtar, mortalmente offesa, libererà il Toro Celeste per ucciderlo e vendicarsi ma, sempre con l’aiuto di Enkidu, il re sumero la sfangherà (termine tecnico babilonese) anche questa volta, uccidendo perfino la terribile bestia divina.

Ma è qui che comincia la parte davvero interessante del poema: se infatti, fino a questo momento, avrebbe potuto ricordare la trama di un qualsiasi film di supereroi, ponendo di fronte ai nostri protagonisti delle minacce fisiche, rappresentate da mostri, sulle quali, grazie alla loro forza combinata, avrebbero sempre potuto avere la meglio, giunti circa a metà della storia accade qualcosa di inaspettato: gli dei decidono di punire i due guerrieri, uccidendo Enkidu. L’uomo che essi stessi avevano creato, dunque, si ammala e muore.

Il dramma! Patroclo, spostati!

Gilgamesh lo piange per diversi giorni di fila, sconsolato. Si fermerà solo quando vedrà un verme strisciargli fuori dal naso. E, allora, correrà via, sconvolto.

La realizzazione che il suo amico, pur forte quanto lui e perfetto in ogni cosa, fosse stato costretto a soccombere alla morte, la realizzazione stessa dell’esistenza di questo fato funesto, che un giorno avrebbe bussato anche alla sua porta, spinge Gilgamesh a scappare e a vagare per la Terra, sconsolato, in cerca di una soluzione.

Dopo varie vicissitudini, tra cui il passaggio attraverso una montagna protetta da uomini-scorpione e l’attraversamento del Mare della Morte, il re di Uruk raggiungerà l’isola dove vive Utanapištim e scoprirà la sua storia.

Qui, potremo ritrovare qualcosa di estremamente curioso, perché la storia di quest’uomo risulterà familiare anche a chi non dovesse mai aver sentito parlare di Gilgamesh; o perfino dei Sumeri: Utanapištim è l’ultimo sopravvissuto delle precedenti generazioni umane, salvatosi grazie ad una rivelazione divina che gli aveva ordinato di costruire una enorme arca e di condurre al suo interno una coppia di ogni specie vivente. Più se stesso e sua moglie, per buona misura.

Nel suo racconto vi è anche la famosa scena in cui, dopo il diluvio, per cercare un punto in cui fosse possibile attraccare, manda degli uccelli ad esplorare, in cerca di terra. Tre volte, per l’esattezza (numero sacro!). In una piccola differenza, però, la prima ad uscire, a fallire quindi, sarà proprio la colomba, mentre a ritornare vittorioso sarà un corvo.

In ogni caso, un’altra notevole differenza tra Noé e la sua versione originale è che Utanapištim, come ricompensa per le sue azioni, sarà reso immortale, assieme alla moglie, dagli dei. E proprio per questo Gilgamesh lo cercherà con tanta foga, vagando per l’intero mondo pur di trovarlo.

Purtroppo, però, il vetusto immortale gli rivelerà che gli dei hanno decretato che nessun altro essere umano potrà mai più raggiungere uno stato simile al suo e che, quindi, il re non potrà mai sfuggire al suo triste destino di morte.

Ma Utanapištim decide anche, come ultimo favore, di rivelargli l’esistenza della Pianta della Giovinezza, che fa appunto tornare giovani tutti coloro che si cibano delle sue foglie. Gilgamesh, dunque, la raggiunge nel profondo degli abissi e torna verso la sua città di Uruk, con l’intenzione di farla mangiare ai vecchi della città. Sulla via di casa, però, mentre il re era intento a lavarsi in un fiume, un serpente la divora, rinnovando così la sua pelle e lasciando il povero Gilgamesh senza neanche quel piccolo premio.

E il poema si conclude quindi con la disperazione e rassegnazione del re, il quale accetta la sua mortalità e che tutti gli sforzi fatti per sfuggirle sono stati vani.

Il tema dell’Epopea sembra dunque essere la mortalità come condizione impossibile da evadere per l’uomo e la futilità di sprecare la propria vita cercando di compiere un’impresa tanto vana. Vi è accettazione e rassegnazione in questa storia, che sembra partire come una normale raccolta di imprese di un semidio, simili a quelle dei successivi eroi a cui siamo abituati, ma che si trasforma poi in una dissertazione e riflessione sulla caducità della vita e sulla fragilità dell’uomo, oltre che sull’irrazionalità stessa dell’esistenza.

Gilgamesh è colui che ha visto e provato ogni cosa, ma la saggezza, di cui si parla nel proemio, è stata raggiunta solo alla fine del suo lunghissimo viaggio, quando è stato colto dalla più assoluta disperazione e ha compreso che neppure lui, il più forte e perfetto tra gli uomini, avrebbe mai potuto sfuggire alla sua condizione. La sua saggezza è scaturita dall’esperienza e dal superamento della sofferenza. In tutto questo, quindi, vi è anche una tenue luce di speranza nel fatto che, pur con tutta l’irrazionalità che permea il mondo, l’uomo può essere capace di sopportarla e di raggiungere una sorta di illuminazione, non nello sfuggire alla sua condizione, ma nell’accettarla per quel che è.

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