Addio a Nick Kamen, il modello e cantautore inglese, lanciato da Madonna e divenuto famoso nei ruggenti anni ’80 grazie a uno spot cult dei jeans.

Sostanzialmente perchè rimaneva in mutande.

Ad annunciare la morte dell’artista 59enne è stato Boy George che ha condiviso sui social uno scatto con l’amico, esprimendo tutto il suo dolore per la scomparsa di Nick. Arrivato al successo negli anni Ottanta, grazie alla pubblicità e alla hit Each Time You Break My Heart, Kamen era malato da tempo.

Una lotta contro il cancro segnata da ricoveri in ospedale e da improvvisi peggioramenti di fronte ai quali però i fan non avevano mai perso la speranza. 

Anche loro ora gettano la spugna.

Vero nome Ivor Neville Kamen, Nick Kamen era nato nell’Essex ed era arrivato al successo a soli 18 anni. A regalargli la notorietà uno spot cult, quello dei Levi’s 501, che aveva fatto il giro del mondo. Nella pubblicità, divenuta iconica, il modello entrava in una lavanderia con dei jeans e una t-shirt bianca, poi si spogliava, sulle note di Heard It Through The Grapevine di Marvin Gaye, mettendo tutto a lavare e rimanendo in mutande.

Fu proprio quello spot a donare a Kamen il nome d’arte di Nick, ma soprattutto a portarlo al successo. La pubblicità dei jeans venne infatti notata da Madonna che decise di contattare il modello per affidargli una canzone scritta con Stephen Bray.

Il brano era Each Time You Break My Heart, un singolo che ottenne un successo planetario. La hit scalò le classifiche di tutto il mondo, raggiungendo la vetta in Spagna, Germania, Italia, Francia e Inghilterra.

Così, mentre si favoleggiava sulla love story tra l’ex modello e la divina Madonna, un video dopo l’altro Nick diventava un modello di eleganza e di stile, ispirandosi a dire il vero all’Elvis degli anni Sessanta: ciuffo domato da tonnellate di gel e camicia bianca che spuntava da una giacca con spalline esagerate. Loving You Is Sweeter Than Ever rinsalda il successo dell’album d’esordio Nick Kamen (1987), seguito meno di un anno dopo (1988) da Us, trainato da Tell Me il cui video con la modella Tatjana Patitz formato gigante diventa la sigla di chiusura di Deejay Television, e quindi immediatamente un riferimento per qualunque adolescente italiano sano di mente.

In effetti il successo di Nick in Italia (sempre al numero 1 o numero 2 in classifica) è spropositato rispetto a quello che le sue doti canore e le sue canzoni gli valgono nel resto del mondo, dove eccetto che con il disco d’esordio, raramente entrerà nella top 20. Dopo due anni di silenzio, Nick ci riprova con Move Until We Fly, album in un certo senso provocatorio, e un look altrettanto provocatorio: capelli cortissimi e maglione, a segnare il distacco dal modello boy band.

I Promised Myself, nonostante il titolo troppo corto per gli standard kameniani, funziona ancora; l’album è effettivamente il migliore di Nick, ma il successo non raggiunge quello dei due precedenti e per il bell’inglesino inizia un rapido declino: di fatto dopo il quarto album Whatever, Whenever, discreto ma commercialmente un flop, Nick si ritira a vita privata.

Oggi magari in pochi canticchiano Loving You eccetera (che di tanto in tanto comunque in radio ci ripassa), ma nessuno può aver dimenticato Marvin Gaye in sottofondo e quel sorriso beffardo nello spot dei 501, che ha consegnato alla storia il successo dei Levi’s in generale. Benedetti persino dai Paninari, e memorabili non solo in quanto primo capo “vintage” della storia, ma perché dopo secoli di attenzione alla robustezza, la praticità, l’eleganza, arrivarono questi jeans slavati (orrore!), pre-consunti al momento dell’acquisto (doppio orrore!!) e con i bottoni al posto della zip (triplo orrore!!!).

Jeans che bisognava pagare di più perché già rovinati, e non tutti i genitori erano pronti ad abbracciare questa rivoluzione culturale degli anni 80 – ben più radicale, per un italiano cresciuto nel Dopoguerra, delle idee di Karletto Marx. Eccola qua, la modernità: i 501 furono indiscutibilmente i primi jeans dell’era moderna, e ispirarono poi le aziende italiane a trasformare definitivamente un capo nato per i bovari in un pezzo di sartoria indossabile anche sotto la giacca, persino alla notte degli Oscar.

Alle latitudini di chi scrive ( distretto tessile Biellese ) la rivoluzione dei costumi che cambiò il concetto di eleganza, non venne capita e i produttori lanieri di gessati ed eleganti tessuti da ‘muda’ , tronfi ed arroganti nelle loro incrollabili certezze eterne di businnes, dovettero fare i conti con questo negli anni a seguire con cieco spirito declinante.

E fu fallimento.

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