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Una Lingua non di Questo Mondo – di Francesco Ramirez.

Francesco Ramirez parla della lingua giapponese

Ogni tanto, guardando la mappa del mondo, ho come la sensazione che la parte più ad est abbia un elemento estraneo. Un eccesso, che all’inizio non esisteva: un’isola abitata da alieni, creata forse da una navicella giunta millenni or sono da luoghi lontani e inesplorati.

Aspettate, non sono pazzo! Mi hanno fatto controllare! Lasciate che vi spieghi.

Per usanze e costumi, si sa, il Giappone è sempre stato un luogo abbastanza unico. E non sto parlando solo in chiave occidentalocentrica (uff, come suona male): anche rispetto al resto dell’Asia, l’isola del Sol Levante si discosta parecchio dalle culture che la circondano e, per lo più, quasi tutto quello che hanno in comune con esse è stato importato e copiato. E, anche in quei casi, questi elementi sono stati spesso cambiati e fusi con altri autoctoni. Basti pensare alla loro religione, in cui lo Shintoismo originale si è combinato con il Buddhismo del continente e il legame e le differenze tra i due aspetti originali sono spesso difficilmente distinguibili.

Tra questi elementi nativi, che io ho definito “alieni”, trovo che uno spicchi in assoluto, per stravaganza, ma anche originalità. E, per chi volesse impararlo, come il sottoscritto, anche per la frustrazione che è in grado di generare: si tratta della lingua nipponica.

Ma facciamo un piccolo passo indietro: se uno, nato in Italia, o qualunque altro paese occidentale, volesse imparare il giapponese, che cosa dovrebbe fare? Allora, prima di tutto, trovare sostegno psicologico e, secondariamente, prepararsi ad un viaggio che non avrà mai fine. Fidatevi, ne so qualcosa.

Detto questo, potrà iniziare dall’alfabeto. Come per tutte le lingue con un alfabeto diverso, del resto. Per chi ha studiato il greco, o magari il russo, questo non sembrerà un passo particolarmente complicato. Solamente un piccolo ostacolo, prima della partenza vera e propria.

AH!!

Illusi. Ma andiamo con ordine: per prima cosa, il povero, piccolo, innocente (per ora) nuovo studente, dovrà imparare l’Hiragana; trattasi di un sistema autoctono fonetico, in cui ogni lettera rappresenta un singolo suono. Ok, si può fare: non sembra troppo difficile!

Esso è composto da una quarantina di sillabe pure. Il che non è proprio poco. Contando però che alcune di esse possono assumere un suono diverso, aggiungendo loro dei particolari segni, che possiamo associare vagamente ai nostri accenti, o scrivendole in piccolo in combinazioni specifiche con altre, diciamo che, nel complesso, i simboli da ricordare saranno circa una settantina.

Bene. Ma non benissimo. Fattibile, in ogni caso: dopo qualche giorno di studio, diciamo che lo scoglio rappresentato dall’Hiragana può essere considerato superato. Achievement sbloccato!

Ora possiamo iniziare ad imparare la grammatica, giusto?

AH!!

Vi piacerebbe: dopo l’Hiragana, si passa al Katakana. E che roba è, vi sento già chiedere, tutti preoccupati. In parole povere, si tratta di circa altri settanta simboli, esattamente come il precedente Hiragana, che coprono gli stessi identici suoni già coperti dall’alfabeto appena imparato.

E perché dovreste farlo? Non si tratta forse di uno spreco di tempo? Non ne basta uno?

Normalmente sì. Ma, purtroppo, non per i Giapponesi: loro li utilizzano entrambi. Per…ragioni poco note.

Il secondo, il Katakana, è per lo più usato per le parole straniere, sia quelle prese in prestito che per i nomi propri intraducibili, ma anche per le onomatopeiche. E, quindi, senza di esso la lettura non è possibile. Per cui: dizionario in spalla e andiamo a imparare anche questo nuovo alfabeto!

Uff. Non male. Dopo qualche altro giorno, e ormai più di CENTOQUARANTA lettere alle spalle, abbiamo appreso sia l’Hiragana che il Katakana. E siamo, dunque, pronti a gettarci sulla lingua Giapponese e la sua struttura. Tanto ormai non ha più segreti per noi: quale sorpresa potrà mai nascondere, dopo tutto questo? Cosa potrebbe mai spaventarci dopo aver appreso ben DUE alfabeti diversi e tutte quelle lettere?

Ah, giusto, quasi dimenticavo: si tratta praticamente di un cavillo, non è nulla di importante. Però, prima di vedere la grammatica, vorrei parlare di un terzo sistema di scrittura: i Kanji.

Trattasi di caratteri di origine cinese, che i giapponesi hanno adottato e fatto propri, adattandoli, s’intende, alla loro lingua.

Pff, e che sarà mai? Dopo centoquaranta lettere diverse, come può farci paura un altro singolo, piccolo alfabeto? Andiamo, quante ne dovremo imparare, questa volta?

Eh. dipende. Dipende da una miriade di fattori, perché questo alfabeto non è proprio come gli altri. Questo alfabeto ha qualcosa si storto. Questo alfabeto è decisamente più incattivito: esso non è composto da lettere, ma da sinogrammi, ovvero dei veri e propri disegni, a volte semplici, a volte molto, molto, mooooooolto complessi, che non rappresentano solo un suono. Ma un vero e proprio concetto. A volte anche più di uno, giusto per rendere il tutto più semplice!

Oh, e un altro piccolo particolare: essi hanno anche più di una pronuncia. Possono essere letti con la lettura Kun, che deriva dal giapponese, o con quella On, che trae la sua origine dal cinese. Ed entrambe sono corrette e da conoscere. Ma, in alcuni casi, ce ne possono essere ben più di due, ovviamente: non vorremo mica tenerci una struttura troppo semplice, no? Meglio aggiungere, invece di smaltire gli eccessi.

Va bene, va bene. Fin qui, tutto male. Ma, alla fine della fiera, la caratteristica di ogni lingua è che, col tempo, dovrebbe tendere a semplificarsi un pochino, eliminare ciò che non serve, raggiungere uno stato di fluidità sufficiente a renderla un po’ più semplice da imparare. Quanti saranno i Kanji necessari, dunque? Non potranno essere così tanti, no? No??

AH!!

Beh, partiamo, innanzitutto, dalla buona notizia. Non tutti i Kanji sono necessari per imparare il giapponese. Come, del resto, non tutte le parole del dizionario sono necessarie per parlare l’italiano. Diciamo che, quelli fondamentali, sono contenuti nella lista ufficiale dei Jōyō kanji: trattasi di quelli considerati di uso comune e che sono insegnati ai bambini giapponesi durante i sei anni di elementari (sì, le loro elementari hanno un anno in più rispetto alle nostre) e i tre di scuole medie. E sono 2136 kanji.

Scusate, lo vorrei ripetere, per chi non fosse stato attento: i Kanji fondamentali, quelli base, per parlare il giapponese, sono DUEMILACENTOTRENTASEI. Ognuno, naturalmente, con la sua doppia (almeno) pronuncia e i suoi disegni complessi, che non hanno alcun tipo di paragone con quella degli alfabeti fonetici. E si tratta solamente della base: quella che ogni ragazzino è tenuto a conoscere.

Tutto questo, come già detto, rappresenta solo la punta dell’iceberg: oltre ai sistemi di scrittura, ci sarebbe anche la grammatica, quella cosa strana che non esiste sul web; e, anche lì, un occidentale si troverebbe di fronte a non pochi problemi. Basti pensare che, dal nostro punto di vista, ogni frase giapponese è costruita al contrario: ovvero, invece della classica struttura, che a noi sembra tanto normale e logica, di soggetto+verbo+oggetto, loro mettono invece il verbo sempre alla fine. Il che può essere esilarante per creare battute e sorprendere i tuoi interlocutori, ne sono sicuro, i quali si aspettano un’affermazione positiva per ritrovarsene invece una negativa. Ma, per chi è abituato a costruire la frase all’occidentale, non fa altro che aggiungere problemi su problemi su problemi.

Questo, tra parentesi, può essere uno dei motivi che rendono l’inglese tanto ostico per i giapponesi, i quali hanno serie difficoltà nell’impararlo. Credo di aver appena compreso il significato di “Karma”…

In conclusione: io amo profondamente il Giappone; mi affascina la loro storia, la cultura, i luoghi, le tradizioni, la religione, la mitologia. Perfino la lingua, intendiamoci: con i Kanji è possibile creare combinazioni fantastiche di suoni e significati che si intrecciano in modo armonioso, dando vita ad un idioma che può trasformarsi in una poesia in ogni sua singola frase.

Però, suvvia: venitemi un po’ incontro. Troviamoci quantomeno a metà strada. Ve lo chiedo per pietà. Onegaishimasu.

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