Francesco Ramirez descrive la vera vita dei gladiatori dell’antica Roma
parte seconda

Quando i Gladiatori erano infine propriamente addestrati e preparati, potevano prendere parte allo spettacolo. Esso doveva essere, prima di tutto, sponsorizzato; il Lanista, dunque, affiggeva degli annunci per attirare le persone. Vi era poi un sontuoso banchetto, la sera prima dei Munera.

E, il giorno dopo, si arrivava, infine, al famigerato scontro. Uno scontro che era un misto di morte e teatralità. I combattenti erano stati addestrati per portare colpi vistosi e per allungare il combattimento il più possibile, in modo da renderlo interessante. Una lotta di pochi secondi non avrebbe potuto divertire nessuno, del resto. Il tutto avveniva sotto lo sguardo vigile di tre arbitri, i quali facevano in modo di controllare che non vi fossero scorrettezze. Una delle regole che conosciamo, per esempio, è che, se uno dei due combattenti scivolava inavvertitamente, allora gli era concesso di rialzarsi, mentre l’altro doveva fermarsi e attendere che fosse pronto, prima di ricominciare.

É interessante come, inoltre, in alcuni casi, questi arbitri abbiano commesso errori che sono arrivati a costare la vita a Gladiatori che, invece, avrebbero dovuto vincere. La storia dell’arbitro cornuto, quindi, è molto più antica di quanto ci aspetteremmo.

Alla fine di questo lungo combattimento, generalmente uno dei due rivali, che si trovava in posizione di netto svantaggio e stava soccombendo, alzava l’indice della mano sinistra e chiedeva pietà, arrendendosi. Poteva capitare che entrambi rimanessero in piedi e quindi venisse dichiarato un pareggio. Ma ciò era decisamente più raro.

Il vincitore, a quel punto, non poteva finirlo e si rivolgeva all’arbitro. Questi, consultava l’organizzatore, il quale a sua volta chiedeva al pubblico. Il più delle volte, per fortuna, il pubblico era clemente: solo nei casi di pessimi combattimenti, o di una grave forma di codardia da parte del perdente, questo optava per la morte di quest’ultimo. Il vincitore, quindi, era l’eroe della giornata e, in futuro, avrebbe potuto sperare di ottenere fama, gloria e libertà. Lo sconfitto, invece, poteva curare le ferite e provarci di nuovo.

Nel caso il pubblico optasse per la morte, però, il Gladiatore veniva fatto inginocchiare, con le ginocchia unite che, per i romani, era un segno di effeminatezza, e giustiziato sul posto con un singolo colpo di spada. Una tragica conclusione, più rara di quanto si immagini, ma comunque decisamente troppo comune.

Infine, dopo tutta questa allegria, ci terrei a specificare un ultimo, fondamentale particolare: i Gladiatori erano tutti specializzati in un particolare tipo di combattimento e, ognuno di loro, utilizzava sempre uno specifico set di armi e armature. Non venivano, dunque, buttati nella mischia con ciò che capitava, un tanto al chilo. Anzi, ogni scontro poneva sempre di fronte due tipi di Gladiatori ben specifici.

Vi erano, quindi, tra i più famosi i Mirmilloni, che erano armati con scudo e gladio, a ricordare il legionario romano, oltre che con un caratteristico elmo con visiera e cresta, decorato con piume, decisamente molto vistoso. L’equipaggiamento di questi guerrieri richiedeva grande forza, nelle braccia e nelle spalle, e quindi erano considerati una sorta di “peso massimo” dell’arena e solo gli uomini più grandi e forti potevano diventare Mirmilloni. Spartaco, il celeberrimo Gladiatore trace, apparteneva proprio a questa classe.

Ad esso venivano spesso opposti due pesi più leggeri, che quindi avrebbero usato la loro agilità per combattere contro la potenza del Mirmillone: il Trace, più bilanciato, armato con sica, una lama a spada ricurva, e uno scudo più leggero, o l’Hoplomacus, molto simile al Trace ma con scudo tondo e una lancia con cui colpire dalla distanza.

Vi era poi il Secutor, che era un’evoluzione del Mirmillone, molto simile ad esso ma con un elmo più liscio, in modo da presentare meno appigli, il quale combatteva quasi sempre contro il Reziario, che è, forse, il più noto dei Gladiatori: quasi privo di armatura, con un tridente e una rete. Egli non aveva lo scudo, né indossava un elmo e doveva, perciò, combattere sempre in difesa, cercando di scappare e di non ingaggiare mai da vicino un nemico, mantenendo sempre la distanza. Questa caratteristica lo rendeva, allo stesso tempo, inviso e amato dal pubblico: inizialmente, se infatti il suo stile rinunciatario di lotta lo faceva disprezzare, col tempo il fatto che il suo volto fosse scoperto, portò gli spettatori ad umanizzarlo e a tifare per lui, che si trovava sempre in posizione di svantaggio. Vi era poi il fatto che, spesso, solo i ragazzi più giovani e belli diventavano Reziari, il che lo rese, dopo un po’, estremamente popolare tra le donne, tanto che la loro reputazione divenne quella di casanova ante litteram.

Oltre a queste tipologie, più comuni, ve ne erano moltissime altre, meno note e quasi sconosciute anche agli storici moderni, a causa della mancanza di fonti: il Provocatus, l’Assediarius, lo Scissor, l’Equites. Oppure il Caestus: un pugile che trae le sue origini dagli atleti che partecipavano alle Olimpiadi greche; completamente nudo e armato solamente con dei guanti da combattimento, chiamati, per l’appunto, caestus. Si trattava di armi composte da cinghie di cuoio, avvolte attorno alla mano e che, principalmente, avevano la funzione di proteggerla dai traumi più violenti. Ma, in classico stile romano, i figli di Marte hanno visto questi implementi e hanno pensato: “perché non aggiungerci dei pezzi di ferro e degli spuntoni?” E, così facendo, hanno reso dei combattimenti, già di per se stessi estremamente brutali, dei veri e propri bagni di sangue.

Ma descrivere per bene la vita di questi, e altre tipologie di Gladiatori, richiederebbe fin troppo tempo. Forse, in un futuro, potranno essere inserite in un nuovo articolo su questo argomento. Una sorta di corollario. Ma non oggi!

E quindi che cosa abbiamo imparato, oggi, da questa visione ravvicinata, forse un po’ rapida, ma comunque accurata, degli antichi giochi che si tenevano al Colosseo? Beh, innanzitutto che i film americani non insegnano la storia. Non importa quanti milioni incassino al botteghino.

E, secondariamente, che possiamo lamentarci quanto ci pare del livello sempre più scarso dei programmi contemporanei. Ma, per quanto mi riguarda, sono ben felice di non dovermi sorbire i metodi di intrattenimento dei nostri barbari antenati. Affascinanti, come oggetti di studio. Ma da tenere a debita distanza, soprattutto vicino ai pasti.

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