La scomparsa di Fulvio Feraboli, unitamente a quella di Elena Giacchero, ha portato in brevissimo tempo due lutti nella casa di quella che a buon titolo può considerarsi una famiglia allargata: quella dei giornalisti locali, o forse meglio definirli del territorio. Una famiglia in cui ci si conosce tutti, in cui una conferenza stampa o una partita diventa non solo lavoro, ma un modo per stare insieme accomunati dal fuoco sacro del lavoro e della notizia da cercare, da trovare e da diffondere.

Non è un lavoro come agli altri, dettato da tempi certi e da schemi fissi; chi fa questo mestiere sa che deve mettere in conto lunghe giornate, in cui non esiste mai una certezza, nemmeno quella del panino smozzicato per tenere in piedi la baracca. E’ una vera missione ma che piace maledettamente, siamo i narratori di quanto avviene, ma lo dobbiamo fare spesso e volentieri in punti di piedi, nel cercare anche le sfumature. Alle volte dietro un pezzo di dieci righe c’è una lunga attesa, fatta di filtri, di telefonate di conferme e di appostamenti. Certo sbagliamo anche noi, il cosiddetto buco è sempre dietro l’angolo, però non manca mai la genuinità e la spontaneità. Ecco raccontare di Fulvio e di Elena vuol dire anche questo, raccontare la loro, nostra, quotidianità, la ricerca e il lavoro, le conferenze e gli eventi, le telefonate o i messaggi in rete; un universo unico di relazioni.

Certo non siamo al livello dei grandi giornalisti che bazzicano le testate più prestigiose, ma l’affetto e lo stare insieme e condividere notizie e pizze fredde fa di questo gruppo una grande famiglia. Per questo che quando qualcuno ci lascia, coglie un grande vuoto dentro di noi e magari, proprio al Palazzetto, non trovare più al tuo fianco il fido compagno che magari ti ricorda chi ha appena segnato il canestro dalla lunga o suggerisce temi di discussione nuove ti lascia una grande amarezza.

Un abbraccio ragazzi a Voi e a tutti noi.

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