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Dal Mundialito alla Superlega – di Giuseppe Rasolo

Il calcio credo sia una parte indelebile della mia vita, fatta di partite viste allo stadio in giro per l’Europa e in Italia, passando dal Silvio Piola di Novara (a commentare una partita per il Foggia) fino alla finale di Champions (pardon all’epoca si chiamava ancora Coppa dei Campioni) al Camp Nou a Barcellona. Ma come non dimenticare i Pompeys del Portmouth o i belgi del Mouscron, gemellati con Biella, o lo spareggio tra Biellese e Casale al Natale Palli della cittadina piemontese. Ho organizzato pullman di tifosi per San Siro portando numerose scuole calcio al primo anello verde e ho iniziato al tifo mio figlio in una domenica di aprile con Milan Chievo decisa da un rigore di Andrea Pirlo. Ho soggiornato sui gradoni del tifo di San Siro che all’epoca si chiamavano parterre, così come nel secondo anello blu a San Siro, anche nel derby ripreso da Abatantuono nel film Eccezzziunale veramente 2. E un aspetto mi ha sempre rinfrancato e fatto felice, al di là del risultato che non sempre poteva essere favorevole, il clima di festa e di partecipazione di quelli che, non a caso, possono essere considerati eventi unici. Da piccolo sono stato per ore ad ascoltare la radiolina (rigorosamente rossonera) e a sognare episodi calcistici a volte favorevoli, finale di Coppa Italia con i rigori parati da William Vecchi, oppure sfavorevoli con il Manchester City di Taylor Hartford e Kidd. E abbiamo visto evolversi il gioco del pallone, che non poteva rimanere sempre uguale, quanta strada da Niccolò Carosio ad oggi, la vecchia Champions se andava bene 9 partite per arrivare in finale, alla sentenza Bosman, ai gironi, alle televisioni che hanno preso il sopravvento, agli stadi sempre più oggetto di promozioni e di attività commerciali (ad esempio lo Stadio Louis II di Montecarlo), ai procuratori trattati come star. Ora tutto questo can can sulla Superlega francamente mi sembra spropositato, come se fosse l’eterna lotta tra i ricchi e i potenti da un lato e i poveri dall’altra (chi gestisce una società di calcio sia in Italia o in Premier non si può dire certo poveretto, facendo un banale esempio non si può proprio dire che il Presidente del Torino sia certo un parvenu). Negli anni ottanta il Mundialito per Club, intuizione di Berlusconi, aprì il calcio a nuovi scenari e fu un successo, i gironi di Champions nacquero li e il calcio diventò mediatico.

E l’arena del football esigeva sempre nuovi campioni e sempre nuovi tributi. Veder giocare Messi, Ronaldo, Ronaldinho, Rivaldo, Maradona, Careca è sempre stato uno spettacolo, anche se, per chi organizzava, vuol dire fare investimenti e spendere grandi cifre (ricordo il famoso trasferimento di Beppe Savoldi al Napoli per una cifra di poco superiore al miliardo di lire e già allora parecchi commentatori a dire dove andremo a finire).

Il campionato del mondo organizzato dalla Fifa in Qatar, d’inverno, è forse un atto di umanità per le popolazioni del luogo? E allora smettiamola con questa ipocrisia, le società sono aziende e come tali devono programmare e gestire investimenti e ricavi, la passione e il tifo dei tifosi rimarrà sempre a prescindere, sia che ci sia la superlega o che rimanga l’attuale sistema perché poi, quando l’arbitra fischia il calcio d’inizio, siamo tutti li pronti a tifare per i nostri colori.

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