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Gino Cornabò e Achille Campanile – di Danilo Ramirez

Danilo Ramirez ci parla del personaggio inventato da Achille Campanile

Scoprii Gino Cornabò grazie alle Bustine di Minerva di Umberto Eco, la rubrica che questo grande intellettuale scriveva settimanalmente su L’Espresso, una delle poche pagine che andavo subito a cercare, fonte inesauribile di cultura e di intelligenza.
Essendo un amante assoluto di Achille Campanile mi colpì il fatto di non conoscere questo personaggio, credevo di avere letto tutto ciò che Campanile aveva scritto nella sua lunghissima carriera. Poi capii il motivo: il diario di Gino Cornabò non era mai stato un libro a sé ma veniva pubblicato sull’inserto domenicale della “Gazzetta del Popolo”, in totale poco più di 150 racconti (o episodi) di questo personaggio, dal giugno del 1934 al dicembre del 1940.

Sappiamo con precisione il periodo di pubblicazione perché i racconti non hanno titolo ma solo una data, per ognuno viene indicato giorno e mese (a volte anche l’anno).

Riuscii ad avere tutta la raccolta dei racconti grazie ai due volumi dell’opera omnia, pubblicati da Bompiani nel 1994 a cura di Oreste del Buono

Achille Campanile
OPERE
Romanzi e scritti stravaganti 1932-1974

Ricordo che Umberto Eco scrisse un commento molto acuto, come del resto non poteva essere da parte sua; Eco raccontava che Cornabò veniva pubblicato in periodo fascista e lo aveva colpito molto il fatto che ogni settimana uscisse un episodio che narrava le vicende di un perdente, un anti eroe, un vero sfigato come diremmo oggi, insomma un personaggio chiaramente non consono alla letteratura del periodo.

Ho amato Gino Cornabò fin dal primo racconto che ho letto. Lo trovo addirittura terapeutico, quando ho difficoltà a prendere sonno, quando sono teso per qualche problema della vita, apro il libro a caso e la lettura di un paio di episodi mi rasserena immediatamente.

La produzione di Campanile è per me geniale, l’umorismo puro, quello che nasce dal paradosso, dal capovolgimento della logica, dall’assurdità della situazione.

Di tutto questo, Gino Cornabò è un campionario inesauribile. Un personaggio fallito nella vita, disoccupato, capace solo di creare guai per sé e per le persone che ha intorno.

Molti nel leggerlo lo hanno paragonato al Fantozzi di Paolo Villaggio. Tra i due c’è una differenza sostanziale: entrambi sono perdenti e, come tutti i perdenti, provocano il sorriso del lettore ma mentre Fantozzi è sottomesso e accetta la sconfitta che vede quasi come una condizione inevitabile, Cornabò è invece convinto di subire una grande ingiustizia.

Gino si crede un grande, ed infatti si paragona spesso ai protagonisti della storia dell’umanità.

Lui non capisce perché i suoi sforzi hanno esito negativo, nonostante le grandi capacità che è convinto di possedere. E’ la società ingrata a negargli gli onori che ritiene di meritare ed è proprio questo contrasto tra ciò che lui “vede” (la sua intelligenza) e ciò che noi “vediamo” (la sua inettitudine) a creare l’irresistibile umorismo delle sue storie.

Io lo vedo più vicino al signor Veneranda di Carlo Manzoni (altro grande scrittore umorista nella storia della letteratura italiana), che si gettava sempre in situazioni assurde senza minimamente essere colto dal dubbio di sbagliare, però in questo caso il tema di fondo era fortemente surreale quasi come nel Marcovaldo di Calvino.

Cosa hanno in comune tutti questi personaggi? Il fatto di realizzare nelle loro storie la condizione per l’ironia assoluta, la comicità pura.

Un miracolo che non accade spesso e del quale dobbiamo ringraziare gli autori che li hanno inventati. L’assenza di quelle parolacce, volgarità, riferimenti all’attualità che immediatamente daterebbero il racconto e lo farebbero invecchiare il giorno dopo essere stato scritto.

La loro condizione di perdenti è eterna ed è attuata, con ferrea determinazione, in ogni situazione della vita comune. Cornabò è stato scritto oltre 80 anni fa e mantiene intatta la freschezza e la capacità di farci ridere.

Nella foto l’autore, Achille Campanile

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