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Il rapporto atleta – allenatore – di Danilo Ramirez

Chi scrive è ex insegnante di educazione fisica, ex campione italiano juniores di salto in lungo ed è ora allenatore di atletica leggera

Si parla spesso nello sport di questo rapporto.
Si possono elencare considerazioni abbastanza ovvie tra le quali la prima è che il risultato deriva tutto da questo rapporto, il che non vuole significare che tra atleta e allenatore debba per forza scorrere solo amore e affetto.
Intanto bisogna fare una grande distinzione tra sport di squadra e sport individuali.
Il rapporto è totalmente diverso.
Laddove nelle squadre si deve principalmente creare un gruppo e mantenere equilibri spesso precari dovuti alle differenze di carattere, di attitudine e di interpretazione del gioco, nello sport individuale il rapporto diventa forte e a volte molto intenso.
Faccio fatica a non citare il caso personale, sono stato insegnante di educazione fisica per tutta la mia vita, ho allenato squadre di calcio e di pallavolo ma parallela a tutta la mia esistenza è stata l’atletica nella quale sono stato atleta, e quindi allenato, e allenatore per tanti anni fino a tutt’ora.
Logicamente ho quindi interagito con centinaia di altri colleghi e allenatori, costruendomi una serie di convinzioni su come dovrebbe e potrebbe essere questo rapporto.


Ma spazziamo via ogni dogma: non c’è una regola assoluta, c’è una sola cosa che funziona, il risultato.
Se arriva il risultato vuol dire che il rapporto ha funzionato.

E qui mi piace citare Pietro Mennea, il faro della mia generazione, l’atleta al quale  ci siamo ispirati tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di vedercelo accanto sul campo.
“Il lavoro principale di un allenatore è ispirare, inoculare emozioni nel cervello di un ragazzo, accendere la voglia di provare a realizzarle, quelle emozioni”.
Mi riconosco in queste parole e ci riconosco anche il mio allenatore del periodo giovanile col quale arrivammo ad un titolo italiano under 20.
Ero felice di andare ad allenarmi, quelle ore insieme a lui erano momenti bellissimi, sapevo che saremmo stati bene insieme, che sicuramente ci sarebbero stati attimi di divertimento, ero tranquillo, non ricordo stress per il risultato, ricordo solo che stavamo costruendo qualcosa insieme.
Ed è un qualcosa che ci è rimasto per tutta la vita, sto parlando di oltre 40 anni fa e mi sembra oggi.
E’ stato un grande insegnamento: il suo entusiasmo, la sua creatività.

L’allenamento dell’atleta evoluto richiede una grande dote di fantasia.
Bisogna sentire i respiri del proprio atleta, scrutarlo, capire come sta e come reagisce alle tue proposte. Avere sempre da lui un feedback. L’allenamento non è una meccanica serie di ripetizioni, c’è un programma ma va adattato, variato anche sul momento.
E poi, questa è una mia convinzione, scrivere, scrivere tutto.
Se voglio sapere cosa è cambiato negli ultimi due mesi devo averne un report preciso, l’improvvisazione “oggi cosa facciamo” lasciamola a chi va superficialmente sul campo.


L’affetto allora?
Beh quello viene naturalmente, provate a passare centinaia di ore insieme a una persona con la quale condividete un sogno, come non volersi bene?
Ma c’è un sentimento ancora più importante: la fiducia.
Usain Bolt ha sottolineato in una intervista quanto fosse importante il rispetto e la fiducia che aveva nel suo allenatore, Glen Mills.
Quando ero sul campo come atleta avevo totale fiducia nel mio allenatore, avrei fatto/ho fatto tutto quello che mi diceva, non mettevo in dubbio che lui stesse studiando per me il meglio possibile. Non ho mai pensato “se mi allenasse quello là andrei meglio”.
Quando sono sul campo come allenatore sento la fiducia dei miei atleti e sento la responsabilità di dare loro il massimo.
L’equilibrio di questo rapporto può essere difficilissimo, spezzarsi per un nonnulla, basta una gara andata male, bastano quelle incomprensioni che accadono nella vita di tutti giorni ma può anche essere bellissimo, unico, quando ti capisci al volo, quando basta uno sguardo, un gesto.
Qui devo e voglio fare il caso personale.
Ho allenato mio figlio portandolo all’argento in un campionato italiano giovanile.
Molti mi hanno detto “deve essere difficile allenare un figlio”.
Posso dire che è stata una delle cose più belle che ho fatto nella mia vita sportiva.
In quel periodo il nostro rapporto in casa era conflittuale, un adolescente ribelle e davvero difficile da gestire. Accadeva che magari anche andando al campo scoppiava il litigio.
E poi sul campo la pace. Non abbiamo mai discusso, ci capivamo al volo, tutto filava perfettamente, io ero con lui mentre saltava, sentivo ogni suo appoggio, era come se li facessi io stesso.


Ogni atleta è un’isola a sé. Non esistono due atleti per i quali va bene lo stesso allenamento.
E tu devi fare sentire al tuo atleta che sei lì per lui e che lo porterai al meglio.
Concludo dicendo che non ho mai creduto nell’allenatore sergente di ferro.
So benissimo che anche quel tipo di atteggiamento può portare al risultato, semplicemente è lontano dalla mia mentalità, siamo tutti diversi e forse questo è il lato più affascinante: la possibilità di arrivare a ottenere il massimo attraverso vie differenti se non addirittura opposte.


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