(con la sua tipica modalità che stempera l’argomento serioso con inattesi momenti ironici
n.d.r.)

Dopo aver parlato dei trucchi che possono essere usati nel racconto per influenzare il lettore, e dopo aver illustrato alcune delle reazioni chimiche che un buon racconto può innescare nel nostro cervello, credo sia finalmente giunto il momento di arrivare alla domanda chiave: ma, alla fine, a che serve, nella pratica? In fondo posso tranquillamente vivere senza, no? Se non ho interesse nei suoi effetti benefici, perché non li considero necessari o perché utilizzo altri mezzi per ottenerli, che motivo ho di usare il racconto nella mia vita?

Questa è una domanda legittima, che possiamo di fatto estendere a tutte le forme di arte: non sono necessarie per la nostra sopravvivenza, salvo i rarissimi casi degli artisti affermati che ci vivono, per cui perché mai dovremmo apprezzarle? Che cosa hanno da offrirci, dal punto di vista pratico? Naturalmente, per evitare di perderci in un abisso senza fondo, noi ci limiteremo a parlare solamente del racconto, e non delle altre tipologie artistiche. Va bene tutto, ma non esageriamo, orsù!

Per cominciare, il racconto ha la capacità di generare e sviluppare connessioni, sia interpersonali che tra persone e idee. I racconti, del resto, trasmettono la cultura, la storia e i valori che uniscono gli individui. Il che può risultare utile sul piano umano, certo, ma anche dal punto di vista pratico in situazioni di vita mondana e di lavoro.

Oltre a ciò, i racconti sono un metodo decisamente migliore per apprendere, rispetto alla pura elaborazione di dati. Questo perché, oltre a poter contenere una miriade di significati, cosa che li rende eccezionali nel trasmettere idee complesse in modo più comprensibile, essi soddisfano tutti gli stili di apprendimento.

Alcune persone, infatti, hanno un metodo di apprendimento visivo, acquisiscono cioè più facilmente le informazioni tramite video, diagrammi o illustrazioni. Altri sono auditivi e impareranno meglio da lezioni e discussioni. E, infine, alcuni sono cinestesici, e imparano con più facilità muovendosi, oppure provando delle emozioni. Insomma, sperimentando sulla loro pelle.

I racconti, sorprendentemente, possono stimolare, allo stesso tempo, tutte queste tipologie, seppur così diverse tra loro: i visivi apprezzano l’immagine (mentale, o diretta, nel caso di film o cartoni) che la storia evoca, gli auditivi si concentrano sulle parole e i cinestesici ricordano le emozioni e le connessioni che il racconto ha fatto loro provare.

Il nostro cervello, dunque, sembra essere programmato proprio per fare della storia un mezzo di insegnamento superiore.

Anche gli studi hanno dimostrato che una buona storia rimane impressa molto più facilmente e la possibilità di ricordare lo stesso tipo di informazioni risulta essere fino a venti volte superiore, se esse si trovano all’interno di un racconto.

E, infine, la possibilità di generare un sincero cambiamento in qualcuno è infinitamente più probabile tramite un racconto che non una discussione. Un meccanismo difensivo automatico del cervello, infatti, è quello di cercare di non cambiare idea durante un dibattito. Esso è considerato un attacco e, quindi, quasi mai riuscirà a smuovere una persona, fosse anche questa la più aperta e prona al cambiamento.

Ma un racconto, che pone il lettore in situazioni in cui difficilmente si sarebbe trovato, e che allo stesso tempo le presenta in modo empatico, può indurre un cambiamento inaspettato anche nelle menti più coriacee.

Ricapitolando: connessione emotiva, una maggiore capacità di comprensione, di sé e degli altri, la possibilità di essere ugualmente efficace con diversi tipi di apprendimento, di sperimentare e di metterci a confronto con situazioni che non avremmo mai potuto sperare di vivere, una superiore capacità di trasmettere informazioni che resteranno nella memoria a lungo e quella di ispirare un vero e duraturo cambiamento.

Sì, dopotutto devo ammettere che il racconto non è altro che una perdita di tempo. Sono solo scempiaggini per bambini. Sarebbe meglio non dedicargli mai più le nostre attenzioni.

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