Carema è l’ultimo, lo è da sempre.
Venti secoli fa era una “mansio”, una stazione di posta e qui era il confine con la Gallia, e qui vi era una guarnigione romana e una dogana a cui versare il 2,5%del valore delle merci in transito.

Quadragesimum lapidem ad Augusta Praetoria” quaranta miglia da Aosta, quadragesime, quaresme, caresme, Carema…

Ora Carema è altro, è l’esempio di come l’impegno e la tenacia di una intera comunità possano portare a risultati sorprendenti.
Carema, 700 abitanti, ultimo paese del Piemonte prima della Val d’Aosta, significa vino e non un vino qualunque, ma uno dei nobili Nebbioli che contraddistinguono la viticoltura piemontese.
I vigneti a Carema sono ovunque, i grappoli nascono tra le case e in mille terrazzamenti strappati alla montagna, in uno scenario naturale suggestivo e, ancor più emozionante, perché in ogni appezzamento si leggono le fatiche e il lavoro di generazioni e generazioni di uomini e donne che per millenni, hanno strappato alla montagna un reticolo di vigneti che fanno parte integrante del paesaggio e dello stesso paese. Fontane ed edifici medievali, muri di contenimento a secco su cui poggiano, a intervalli fissi di tre metri, colonne tronco-coniche in pietra e calce, i “Pilun” nel dialetto locale, che immagazzinano il calore solare e lo rilasciano nella notte, su cui poggia un graticcio composto da quattro ordini di travi detto “topia” o “tupiun“. Templi bacchici, li hanno definiti, la pietra e il legno dei castagni, null’altro avevano a disposizione i Salassi, gli antichi abitanti di queste terre: ne scaturì un “vin d’arrosto” che allietò le tavole dei Re di Francia. Ora lo chiamiamo Carema, ed è un vino “forte e simpatico come un gusto di sole e di roccia, come lo definì quel Gran Piemontese che fu Mario Soldati.
Un vino schivo, poco conosciuto…ma da noi i vini e gli uomini di valore “schivano” ogni pubblicità…

Rispondi