Tempo fa mi è capitato di leggere una storia. In questo racconto ucronico, ovvero ambientato in un mondo in cui la storia ha preso una svolta inaspettata, differenziandosi nettamente da quella che conosciamo, uno dei personaggi secondari era un adolescente appartenente ad una famiglia della piccola borghesia di un paese nordico. Scoppiata la guerra con uno dei loro vicini, questo personaggio si è ritrovato costretto a fuggire all’estero assieme alla madre, mentre il padre, che era rimasto a lottare come “retroguardia”, in quanto soldato di leva, venne abbattuto dal nemico quando ormai pensava di essere in salvo. La notizia della morte del padre farà impazzire la madre e spingerà l’adolescente, ormai rimasto senza nulla (non una famiglia, niente amici, neppure una patria) ad arruolarsi nella legione straniera, o quantomeno il suo equivalente di questa realtà storica alternativa, per andare a combattere contro gli invasori che gli hanno tolto tutto quello che aveva.

Raccontata in questo modo appare come una storia simile a tante altre. Egli sembrerebbe un protagonista come ce ne sono milioni; magari non particolarmente originale, ma comunque sufficientemente tragico da costringerci a tifare per lui e sperare che possa trionfare nella sua impresa.

Ma qui arriva il colpo di scena inaspettato: perché, in tutta questa storia, questo particolare personaggio non è affatto il protagonista, bensì uno degli antagonisti. E, nonostante tutti i fattori della sua caratterizzazione che dovrebbero contribuire a rendercelo simpatico e ad empatizzare con la sua situazione, è di gran lunga il personaggio più odiato dai fan!

Voi vi starete chiedendo come ciò possa essere possibile. Come si può scrivere un personaggio che dovrebbe soddisfare tutti i canoni di un protagonista per il quale tifare e ottenerne invece uno che è disprezzato dalla totalità dei tuoi lettori?

In realtà ciò è molto più semplice di quanto si potrebbe credere e, con un po’ di accortezza da parte dell’autore, non richiede neppure un grande sforzo, poiché i lettori, con un po’ di fantasia, tendono a riempire i vuoti lasciati dall’autore stesso: il punto di vista primario del racconto a cui ho fatto riferimento è posto nel vero protagonista, il quale fornisce al lettore tutte le informazioni importanti e influenza il suo modo di interpretare l’intera storia. In questo caso specifico, il protagonista è una persona logica, fredda, distaccata all’orlo della sociopatia, che fa delle regole la sua ossessione e che considera la catena di comando e il dover ubbidire agli ordini dei propri superiori un principio assoluto. Questo perché, a suo dire, la vera libertà può fiorire solo dal rispettare le leggi. Egli, quindi, lotta per la libertà. A suo dire.

Tutto questo potrebbe essere facilmente interpretabile come negativo; ma, dato che il suo approccio, potremmo dire scientifico, alla guerra produrrà molti risultati e salverà le vite di parecchi dei suoi subordinati (anche se non certo di proposito, dato il suo disinteresse verso le loro vite, se non in quanto scudi di carne), la visione che noi, lettori, avremo di lui tenderà a migliorare, anche se dovesse essere partita come negativa.

E l’altro personaggio? Quello che dovrebbe essere il protagonista di default? Come può essere buttato giù dal suo piedistallo e reso un enorme bersaglio per l’odio di tutti?

Altrettanto semplicemente: mettendo in luce tutte le sue caratteristiche negative e ignorando quelle che potrebbero provocare empatia nel lettore, le quali io ho illustrato brevemente in precedenza. Quindi tutte le sue azioni appariranno irrazionali, dettate dalla rabbia e dal suo desiderio di vendetta. Disobbedirà agli ordini (una cosa che nessun altro personaggio farà mai) e, così facendo, metterà in pericolo la sua intera unità. Oltre a questo causerà attivamente la perdita di importanti obiettivi strategici per il suo esercito e le forze alleate e, nonostante tutto, non imparerà nulla dai propri errori, continuando a compiere sempre gli stessi con testardaggine. La sua giovane età e l’impulsività che essa comporta, oltre alla mancanza di una guida capace di indirizzarlo, non verranno mai messe in luce e solo la sua caparbietà rimarrà una costante nelle sue descrizioni. Infine, egli apparirà come un ipocrita per svariati motivi: prima di tutto, avendo ucciso molti padri di famiglia, ma continuando a cercare vendetta per la morte del suo unico genitore e giustificandosi sempre per questo motivo. E, secondariamente, per la rivelazione che il suo paese era stato il primo ad attaccare e a provocare quello del protagonista. Informazione che, per ovvi motivi di propaganda, egli non poteva sapere. Ma, ancora una volta, questo fatto non verrà messo in luce.

Tutti i fattori che potrebbero renderlo affabile, come il senso di cameratismo e fedeltà nei confronti degli amici, l’amor di patria (a seconda del nostro credo, ovviamente), la compassione e il rapporto di amore con la famiglia; queste sono tutte furbescamente spazzate sotto il tappeto e occultate. Lontane dagli occhi e lontane dal cuore.

Basterebbe un semplice cambio, una virata, se vogliamo, e improvvisamente le nostre opinioni su questi due individui sarebbero capovolte. Questo è il potere che viene dato alla prospettiva.

Questo esempio che, ammetto, è un poco estremo, non è che uno dei tanti. Quante volte, leggendo o vedendo una storia, capita di tifare per l’antagonista? Questo perché tale antagonista viene introdotto in modo da risultarci più simpatico, il suo lato vulnerabile viene messo in luce, mentre tutti i danni che può aver fatto ad altri personaggi non ci colpiscono altrettanto. Perché? Perché quei personaggi non vengono presentati ed è quindi fin troppo facile per noi perdonarlo per qualcosa che neppure vediamo.

Naturalmente non sempre questo trucco riesce all’autore: può accadere che, per errore, gli attributi mostrati siano interpretati nel modo opposto a quanto egli si aspettasse. I pregiudizi del lettore possono portarlo a vedere i personaggi in modo completamente diverso e inaspettato.

Oppure può anche capitare che i soggetti descritti e il mondo stesso siano più complessi del normale e, quindi, una loro interpretazione semplificata non possa sussistere. Nel qual caso, di solito, ogni persona interpreterà nel modo che troverà più consono: qualcuno cercherà di vedere solo i lati positivi, altri solo quelli negativi e, altri ancora, cercheranno di guardare all’insieme. Questi ultimi saranno la minoranza.

Guardare all’insieme è difficilissimo e risulta tanto più arduo quanto più ci innamoriamo di una storia. Perché leggere o vedere una storia verso cui abbiamo un coinvolgimento emotivo ci renderà meno critici e razionali. La nostra capacità di analisi e di osservazione cadrà e valuteremo tramite le nostre emozioni, di pancia, e non tramite la nostra ragione.

Ma il potere della prospettiva rimarrà imprescindibile, anche per coloro capaci di un distacco assoluto. E non è qualcosa che solo gli autori possono sfruttare! Vedendo il mondo attraverso un protagonista rancoroso, esso ci apparirà cupo, distorto. Un personaggio compassionevole ci aiuterà invece a connetterci anche con il dolore di altri personaggi secondari. Magari finanche con gli antagonisti. Ogni “individuo” fatto come si deve può ampliare la nostra capacità di provare e comprendere le emozioni nostre e degli altri, rendendo più vasti i nostri orizzonti.

La prossima volta che guarderete un film, leggerete un libro o un fumetto, provate a porvi questa domanda: di chi è questa prospettiva? È forse la mia? Oppure è quella di uno dei personaggi?

La risposta potrebbe sorprendervi e farvi scoprire dei lati della vostra personalità che non credevate di possedere.

(nella foto l’autore dell’articolo)

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