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C’eravamo tanto amati – critica cinematografica di Danilo Ramirez


Che questo film sia un capolavoro, indicato tra i cento film italiani da salvare, non lo dico solo io è chiaro ma qui provo a indicare le mie motivazioni per quei sei lettori che abbiano la pazienza di leggerle.

Generalmente un bel film racconta una bella storia, magari anche due o tre insieme, ebbene in questo film io identifico almeno sei livelli di narrazione, una ricchezza che ti tiene avvinto dalla prima all’ultima inquadratura.

C’’è la storia del nostro paese, i primi 30 anni dalla fine della guerra, anzi dalla lotta partigiana fino al 1974. Vediamo questo storia attraverso i tre personaggi principali interpretati da Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e Vittorio Gassman, che cominciano come combattenti partigiani nella stessa brigata.

La storia politica del paese si intreccia a quella del costume. Le prime auto, la partecipazione a Lascia o Raddoppia con un Mike Bongiorno fedele copia di se stesso (il film viene girato 20 anni dopo la famosa trasmissione televisiva). Attraverso la vita dei tre protagonisti assistiamo agli anni della ricostruzione, agli anni del boom, agli anni della…disillusione.

E c’è poi una terza storia che è quella del cinema italiano negli anni splendidi, quelli che oggi stanno nei libri di storia del cinema mondiale. Anche qui, come con Mike Bongiorno, i protagonisti stanno in carne e ossa, Federico Fellini, Vittorio De Sica (a cui è dedicato il film perché morì proprio nel periodo della lavorazione), Marcello Mastroianni. In questi tributi si vede tutto l’amore di Scola per quegli anni da lui vissuti così intensamente.

Le tre storie (politica, di costume e del cinema italiano) vengono narrate attraverso la storia dei tre protagonisti: Manfredi è un portantino all’ospedale, comunista militante, idealista che non fa carriera perché convinto delle sue idee politiche; Stefano Satta Flores è l’intellettuale, l’intellettuale fallito, anche lui per motivi di ideologia; Vittorio Gassman è l’avvocato arricchito, grazie a ogni genere di speculazione soprattutto edilizia oltre la legalità naturalmente.

Il film è così intenso e pieno di narrazione che già queste sei storie basterebbero a farne un capolavoro. Ma ci sono altri motivi. Uno è proprio quello stilistico. La ricchezza della storia è pari alla originalità della narrazione: il protagonista (Manfredi) che nel mezzo della scena si rivolge a noi pubblico, i momenti teatrali con la scena che si ferma e si rabbuia lasciando illuminato il personaggio che ci dice cosa sta pensando, le ellissi, le transizioni, Scola pirotecnico in questo film.

Infine andiamo agli attori, mostri di bravura i tre protagonisti, un piacere degli occhi e delle orecchie ogni singola frase di Manfredi e Gassman e grande sorpresa Satta Flores. Ma non solo loro naturalmente. Stefania Sandrelli è la loro degna coprotagonista, Giovanna Ralli straordinaria nella parte della moglie ingenua, e poi Aldo Fabrizi un gigante della scena.

Si, questo è uno di quei film per i quali posso dire che il cinema ha migliorato la mia vita, l’unica cosa che mi spiace è non averlo potuto dire direttamente al regista. Con alcuni ce l’ho fatta ma con Scola non sono riuscito.

Lo vidi quando uscì, avevo 17 anni, entrai al cinema Impero di Biella un pomeriggio di settimana, allora me li guardavo tutti, da solo. Rimasi così affascinato che alla fine restai dentro e feci il giro due volte.

A C’eravamo tanto amati si può davvero adattare al cinema la bella definizione che Italo Calvino coniò per il libro classico: un capolavoro è un film che non ha mai finito di raccontare quello che ha da raccontare.

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