#storiasette

Estate del 1967.

É un’estate calda, rovente, a Torino in particolar modo.

Migliaia di tifosi granata, assediano la sede della società e la residenza in viale Matteotti del poco amato Patron juventino Gianni Agnelli.

L’Avvocato ha appena giocato le sue carte, ha chiamato Orfeo PianelliPresidente del Toro, di un Toro rampante che sta pian piano rinascendo dalle ceneri di Superga, ed ha fatto un’offerta shock.

750 milioni di lire.

Forse 800 dicono i meglio informati.

Una cifra mai pagata per un giocatore di calcio, quel calciatore è giovanissimo, ha ventiquattro anni, i capelli lunghi ed indossa la maglia granata.

Il suo nome è Luigi “Gigi” Meroni.

La piazza di Torino ribolle, la città granata nel suo profondo, dalle periferie, ai quartieri popolari, al centro, è in subbuglio, il mondo juventino, dei ricchi, dei potenti è lì che aspetta il colpo di mercato, il colpo del secolo per riportare i bianconeri ancora più in alto dopo anni di dominio indiscusso delle milanesi.

Ma Orfeo Pianelli non accetterà, qualcuno dirà che quei disordini, quelle proteste le aveva fomentate lui, perché da fornitore FIAT non avrebbe potuto, se non per cause di forza maggiore, opporsi agli Agnelli.

Per lui era troppo importante il comasco Gigi per la rinascita del suo Toro, quel ragazzo dai capelli lunghi era il suo perno, il suo fulcro.

Nato calcisticamente nel Como, sua città d’origine, era passato al Genoa e qui poco più che ventenne passò al Torino nel 1964 per l’incredibile cifra di 300 milioni di lire, anche qui i tifosi rossoblù cercarono di trattenerlo con manifestazioni e rivolte ma non ci riuscirono.

La vedi questa maglia? È la numero 7, può essere Tua, ma ti dovrai tagliare capelli, barba e baffi

(“Mondino” Edmondo Fabbri CT della nazionale italiana).

È un così bravo ragazzo, sempre rispettoso, sempre attento, volenteroso

(“El Paron” Nereo Rocco allenatore del Torino Calcio).

In queste due frasi, pronunciate da due grandi tecnici, è racchiusa la vita calcistica della “Farfalla Granata”.

Eccentrico, geniale, imprendibile, fantasioso, imprevedibile sul rettangolo di gioco, dolce, introverso, artista e pittore nella vita privata.

Dipingeva, si disegnava gli abiti, portava i capelli lunghi, a volte i baffi e la barba incolta, sembrava il quinto dei Beatles, quasi coetaneo di George Best, sembravano infatti gemelli, nel calcio e nella vita.

Una parte dell’Italia conformista e bacchettona del boom economico, non lo vedeva di buon occhio, per qualche motivo assurdo pur avendo giocato solo una partita delle tre dello sciagurato mondiale inglese, finito con l’eliminazione da parte della Corea del Nord, fu ritenuto responsabile con il CT Edmondo Fabbri, che lo aveva colpevolmente escluso soprattutto nell’ultima partita con i dilettanti asiatici a Middlesbrough, e fu oggetto di una spietata campagna di stampa.

Alcuni giornali, “Il Tempo” in particolare, giornale dei Ministeri e della burocrazia conservatrice romana, lo avevano additato come il maggiore responsabile della disfatta dei Mondiali del 1966.

Era tornato in Italia ed uscendo da solo, con la coscienza pulita da un ingresso principale dell’aeroporto, mentre il resto della spedizione usciva da uscita secondaria, era stato l’ingiusto bersaglio dell’ira dei tifosi italiani.

Si era rimesso al lavoro, duramente, professionalmente.

Come sempre aveva fatto.

L’annata calcistica successiva (1966-67) era stata la migliore, continuità di rendimento, giocate geniali, tanti gol (9), che lo fecero tornare il perno di un Toro rampante destinato a restare in pianta stabile nei piani alti del calcio italiano.

Una rete di quella splendida stagione rimarrà nella storia.

San Siro, si gioca Inter-Torino, è la Grande Inter del Presidentissimo Moratti, dei SartiMazzolaJairCorsoFacchettiPicchiBurgnich.

Una corazzata imbattibile in Italia ed in Europa.

Il Toro è una squadra giovane, sbarazzina, Gigi ne è l’anima; un contropiede, Giacinto Facchetti, splendido ed elegante difensore neroazzurro, cerca di fermare il fantasista granata sulla sinistra, l’ala lo punta, siamo sul vertice dell’area sinistro.

Una finta a sinistra, una pausa.

Un rientro a destra.

E quando meno te lo aspetti, dal piede destro del geniale numero 7 granata, parte il pallone.

È impossibile fare gol da quella posizione, ma la palla parte, si alza, supera il piede proteso di Facchetti, sale, sembra destinata ad uscire.

Poi d’improvviso scende, nel 7 della porta, come il numero di maglia di Meroni, superando l’altissimo ed incolpevole Sarti,che allarga le braccia pensando “ma come diavolo avrà fatto?”.

I nerazzurri non perdevano in casa da tre anni

Quel gol costerà lo scudetto alla Grande Inter, ancor oggi Sandrino Mazzola (figlio del grande Valentino Capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga) ricorda quasi con affetto quell’impresa di Gigi anche se gli costò il titolo italiano

Il Toro gioca bene all’inizio della stagione 1967, il 15 ottobre al Comunale è di scena la Sampdoria, che viene travolta 4 a 2, Meroni ancora una volta è il migliore in campo.

Assist, continuità di rendimento, gol, è un inizio folgorante per il ragazzo beat.

È immarcabile, imprendibile, quei polpacci con i calzettoni abbassati paiono volare sull’erba.

Dopo la partita si andava come consuetudine in ritiro, visto l’ottimo risultato (il Toro era secondo in classifica) il Mister Mondino Fabbri lasciò i giocatori tornare a casa.

Luigi aveva dimenticato le chiavi, era in compagnia dell’amico Fabrizio Poletti, anche lui giovane torello nel giro della nazionale.

A casa lo aspettava Cristiana, quello tra i due ragazzi era un amore folle, da film, da romanzo.

Lei faceva di cognome Uderstadt, figlia di giostrai, alta, bionda bellissima, innamorata follemente di quell’artista del calcio e della vita che era Gigi Meroni.

Ogni giorno il Campione Granata le portava una rosa, rossa, per ricordarle il suo grande amore.

Avrebbero dovuto sposarsi a breve, Cristiana era coniugata, non esisteva il divorzio, ma la Sacra Rota aveva appena annullato il suo matrimonio con un regista romano, conosciuto durante le riprese del film “Boccaccio ‘70” nell’episodio “La Riffa” con la splendida Sofia Loren, dove il set del tiro a segno era proprio quello della famiglia Uderstadt.

Chiama a casa da un bar per preannunciare il suo arrivo e farsi aprire, il Bar Zambon, di Corso Re Umberto, la sera è una serata fredda di ottobre, c’è un po’ di nebbia.

I due ragazzi attraversano il viale, sono a metà della carreggiata.

Le auto corrono veloci, i fari abbagliano.

Umidità mista a smog.

Gigi è sulla doppia linea di mezzeria con Fabrizio, vede un’auto arrivare veloce, per sicurezza fa un passo indietro.

Gli è fatale.

Dal lato opposto sta arrivando una 124 Coupè, la guida un giovanissimo tifoso granata, Attilio RomeroGigi è il suo idolo, il suo giocatore più amato.

Si veste come lui, gli assomiglia anche.

Poi per quasi un contrappasso storico dopo qualche decennio diventerà anche Presidente di quel Toro però molto deludente ed in completo sfacelo.

La 124 di “Tilli” Romero colpisce Gigi, lo sbalza nell’altra carreggiata, sfiora e ferisce di striscio Fabrizio.

L’autoambulanza.

L’ospedale Mauriziano.

Fuori dalla camera operatoria, attendono molti compagni di squadra, il Presidente Orfeo Pianelli, tanti giornalisti, Nestor Combin il centroavanti argentino, amicissimo di Luigi, la compagna Cristiana.

Il silenzio.

L’attesa.

Un dottore esce, allarga le braccia sconsolato.

Un urlo squarcia l’aria, è l’urlo di dolore di Cristiana, come dirà Gianpaolo Ormezzano, un grido atroce che mai più sentirà in tutta la sua vita.

La Farfalla Granata se ne era andata.

20.000 persone, una folla immensa, partecipò ai suoi funerali.

Dopo 18 anni il cuore della Torino granata è ancora spezzato dopo il dramma di Superga.

Poesia e Tragedia.

Se ne andava un fuoriclasse, un campione e raggiungeva gli Invincibili.

L’arcivescovo di Torino proibirà i funerali cristiani, considerando il fuoriclasse granata alla stregua di una grande peccatore. Ma si sa i Campioni veri hanno gli Angeli, l’angelo di Gigi si chiamava Don Francesco Ferraudo cappellano del Toro che in aperto dissenso con la diocesi, celebrò le esequie.

La domenica successiva era in programma il derby, contro “quelli là”.

Gli “strisciati”, i bianconeri.

Nestor Combin, con quella faccia da mezzo sangue, da indio, è trasfigurato.

Ha avuto la febbre tutta la settimana, ancora è devastato dal dolore, il suo è un dramma interiore, sono giorni che è pervaso da un dolore feroce.

Quasi animalesco.

Incontenibile.

È una furia, è devastante.

Tre gol, nel finale arriva il quarto, è di Carelli, con il numero 7 sulle spalle, il giovane che sostituiva la Farfalla Granata.

Dopo il gol alza il pallone al cielo “ecco questo è per te Gigi”, 4 a 0, la Juve è distrutta, annichilita, forse quella partita l’aveva giocata ancora lui, dal cielo, Luigi Meroni, il ragazzo che “giocava ad un altro gioco”.

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