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Storia di un Servitore dello Stato – di Ettore Antoniotti

#STORIEDIUOMINITRE

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.”

Così scriveva Pier Paolo Pasolini cinquant’anni fa, parlava dei poliziotti.

Esistono servitori dello Stato, sconosciuti, fedeli alle istituzioni, seri.

Poliziotti, Carabinieri, Guardie Carcerarie, Vigili del Fuoco, sono tanti e molti di loro hanno conosciuto il valore del sacrificio.

Ma per loro nessun ricordo, nessuna manifestazione.

Solo l’oblio.

É il 14 aprile 1981.

Tangenziale di Napoli, svincolo dell’Arenella.

Un commando di sei persone della Nuova Camorra Organizzata, per ordine del Boss Raffafele Cutolo, uccide un uomo, che dopo un inseguimento da parte di due autovetture, aveva cercato con la sua Fiat Ritmo, di mettersi inutilmente in salvo.

Si chiamava Giuseppe Salvia.

Era il Vicedirettore del carcere di Poggioreale a Napoli.

Aveva 38 anni.

Aveva due figli di tre e cinque anni.

Aveva una giovane moglie.

Al suo funerale arrivarono 68 corone di fiori, erano di tanti detenuti del carcere di Poggioreale, che gli avevano voluto bene, detenuti comuni a cui lui aveva dato una nuova dignità.

La sua condanna a morte era stata firmata qualche mese prima da O’ Professore, Raffafele Cutolo, indiscusso capo della Nuova Camorra Organizzata.

Il 7 novembre 1980 Cutolo rientra da un’udienza in tribunale.

Bisogna perquisirlo.

Lo dice la Legge, lo dicono le norme, lo dice il buonsenso.

Nessuno lo fa.

Dottò tengo famiglia…” è la frase che si sente ripetere più volte Salvia.

Ed è comprensibile, quei ragazzi, quelle guardie carcerarie sono lì per poche lire al mese, sempre sottoposti a pressioni, minacce di vendette e aggressioni da parte della malavita organizzata.

Non ci pensa due volte, Giuseppe.

Si avvicina al Boss.

E perquisisce lui, ‘O Professore.

Cutolo non crede ai suoi occhi, è attonito, stupito, nessuno aveva mai superato quell’invisibile barriera di paura che lo proteggeva, cerca di colpire con uno schiaffo il Vicedirettore.

Non ci riesce.

É livido di rabbia.

Fuori di sé.

Per lui è un’umiliazione, un affronto, mai subito, mai visto.

Quello di Salvia invece è uno schiaffo forte, senza paura alla Camorra, a Cutolo e al sistema mafioso.

É uno schiaffo dello Stato, quello vero, che non ha paura.

Lo fa come un umile servitore, e pagherà questo gesto con la vita.

Nei giorni scorsi è morto Cutolo, i giornali e i media hanno ricordato la sua figura e quasi in una sorta di mitizzazione del personaggio, hanno parlato e scritto della sua pseudo cultura.

Non era cultura, era solo ferocia e violenza.

Crimine e sopraffazione.

La vera cultura ce l’ha insegnata il Vicedirettore Giuseppe Salvia, morto ammazzato a 38 anni.

Con un gesto semplice ma determinato.

É la cultura del rispetto, del dovere, dei semplici e fedeli servitori dello Stato.

E quando leggerete qualcosa su Raffaele Cutolo, quando ascolterete “Don Raffaè” di Fabrizio De Andrè, cancellate la sua memoria, sostituitela con il ricordo di una persona semplice ma determinata, ricordatevi, sempre, di Giuseppe Salvia: Umile Servitore dello Stato.

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