Venezia 1791.
La città è ancora magnifica con il suo Carnevale, i suoi teatri, la sua vita mondana. Ma ovunque è decadenza, Venezia vive un lungo, triste tramonto.
V’è incertezza nel futuro, le notizie dalla Francia spaventano. I Veneziani sono intimamente depressi, economicamente stremati, ma sembrano non saperlo e, soprattutto, non lo vogliono accettare.

E’ un pittore, Giandomenico Tiepolo, a lasciarci una metafora amarissima della sua città.
Il dipinto si chiama “Mondo Novo”: è modernissimo, sembra dipinto da uno dei Grandi maestri del nuovo ‘900.
Una folla, di schiena, si accalca intorno ad una lanterna magica, un “Cosmorama”, una magia per quei tempi, che consentiva, appoggiando un occhio ad una fessura, di immergersi in paesaggi esotici o in scene di ogni tipo: una sorta di antenato del cinema.
E’ il turno di un bambino che viene sollevato dal padre. Un altro personaggio, in piedi su uno sgabello, è il proprietario dell’attrazione e cerca di dare ordine alla folla per mezzo di una lunga bacchetta di legno. Nessuno, tra la folla, vuole rinunciare al suo momento di effimera felicità; gli abitanti della città hanno voglia di evasione, di divertimenti per non pensare al proprio presente: i Veneziani sono una folla senza volto, Venezia, ci suggerisce il Tiepolo, ha perso la sua identità.

Solo sei anni dopo, il 12 Maggio 1797, l’ultimo Doge, abdicò: la Serenissima aveva cessato di esistere. Giandomenico Tiepolo ritrasse se stesso e il padre Giambattista Tiepolo in questo affresco. Li trovate sulla destra: sono di profilo, Giandomenico sbircia la scena, il padre, morto da vent’anni, la osserva a braccia conserte con aria distaccata.
L’affresco, che Giandomenico Tiepolo dipinse per la sua casa di Zianigo, si trova ora a Ca’ Rezzonico a Venezia.

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