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Un’arte Ormai Perduta

Francesco Ramirez affronta un tema fondamentale: il perdono

Un giorno, un mercante si presentò al cospetto del Buddha. Egli era furioso, poiché i suoi figli, che avrebbero potuto spendere il loro tempo guadagnando, lo sprecavano invece a meditare con quell’uomo, tenendo gli occhi chiusi senza fare niente per ore. Il mercante, incapace di contenere la propria rabbia, gli andò incontro e, senza proferire parola, gli sputò in faccia. Tutti gli uomini che circondavano il Buddha si indignarono di fronte ad un tale oltraggio, ma il Buddha non disse nulla: alzò la testa, aprì gli occhi e gli sorrise.

Il mercante, a quel punto, scappò via, turbato: era la prima volta, nella sua vita, in cui aveva incontrato una persona capace di reagire a quel modo dopo essere stata provocata.

Il giorno dopo, egli tornò al cospetto del Buddha, si inchinò ai suoi piedi e implorò il suo perdono, disperato.

“No! Non posso perdonarti!”

I discepoli del Buddha furono sorpresi dalle sue parole: Siddharta era sempre stato compassionevole e aveva accettato chiunque a braccia aperte. Ma egli continuò dicendo: “Perché dovrei perdonarti, quando non hai fatto nulla di male?”

Il mercante, confuso, gli ricordò ciò che era avvenuto il giorno precedente, ma il Buddha gli rispose: “Quella persona, alla quale hai sputato sul volto, non è più qui, ora. Se mai dovessi incontrarla, gli dirò di perdonarti. Ma per me, la persona che si trova ora in questo luogo, tu non devi nessuna scusa, perché non mi hai mai fatto nulla di male”.

Il perdono è qualcosa che, se dato totalmente, non giudica pesantemente una persona e non cerca di farla sentire più in colpa di quanto già si senta. La compassione è qualcosa che libera di un peso chi ha sbagliato, non lo butta giù da un precipizio attaccato al proprio macigno.

Riuscire a perdonare davvero qualcuno, cancellando nella propria mente i torti che ci ha arrecato, sembra un’impresa ardua, quasi disumana. La nostra società tende a giudicare e a condannare subito, senza fare molte domande. Perchè sfogare la propria rabbia è la via più facile e più veloce. E la presenza di internet ha reso questo processo ancora più semplice e privo di conseguenze.

Varrà la pena fare tutta questa fatica, per essere una persona migliore? Non saprei, ma sicuramente lasciarsi dominare dalla propria rabbia non può che causare solo danni. Perché in fondo, la rabbia è come un tizzone ardente: lo si può usare per colpire il proprio nemico, ma nel gettarlo anche noi rimaniamo ustionati.

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