Se ci dovessimo trovare a chiedere ad un uomo moderno se egli creda o meno all’esistenza dell’anima, questi ci potrebbe rispondere generalmente in due modi: affermando di sì, oppure di no. Esiste poi una terza via, quella degli indecisi, che è probabilmente molto gettonata. Ma per lo più queste persone non sono propriamente indecise, o ponderose, quanto poco avvezze a porsi domande in generale e quindi, salvo le dovute eccezioni, anche se andrebbero per lo più associate al no, esse preferiscono gravitare in un languido e ignavo “non saprei”. Così, per non schierarsi fino a quando non ci sarà una prova assoluta di una verità rispetto ad un’altra, in modo da non essere conformista. E per poi conformizzarsi istantaneamente nel caso una verità venga assolutamente accettata.

Ma se noi, per motivi che sfuggono al nostro controllo, dovessimo invece improvvisamente incontrare un antico Egizio, cosa che può capitare spesso e volentieri passeggiando per il centro, e decidessimo di porgli la stessa domanda, a bruciapelo, senza dargli il tempo di pensare…lui avrebbe una reazione decisamente diversa.

Prima di tutto, non avrebbe alcun dubbio: l’anima esiste, per forza di cose. Siamo forse pazzi, noi, a mettere in dubbio l’esistenza di qualcosa che non possiamo vedere, sentire o misurare in alcun modo? Erano tempi più semplici quelli. Tu nascevi, ti dicevano come funzionavano le cose e tu lo accettavi. Se non lo accettavi…no, era meglio accettare e basta.

Secondariamente, egli ci direbbe di sapere, con assoluta certezza, che non solo l’anima esiste, ma che, a differenza di quella semplice e fantasmoide a cui crediamo noi, essa è costituita da nove componenti ben definite, ognuna con una descrizione accurata ed una funzione precisa! Erano tempi…più semplici quelli?

Eppure è proprio così: gli Egizi non vedevano l’anima come un singolo pezzo, contenente tutte le funzioni che gli vengono comunemente ascritte. Essi l’avevano sezionata e avevano attribuito ad ogni parte di essa uno scopo chiaro e preciso.

Vi era Khet, il corpo, il quale, gli Egiziani si erano presto accorti, doveva esistere affinché l’anima avesse la potenzialità di possedere un intelletto e, inoltre, potesse a sua volta…esistere, appunto. Poiché quindi l’essenza fisica di una persona era parte integrante della sua anima, una visione sorprendentemente più moderna di quanto potremmo pensare, vi era la necessità di preservarlo il meglio possibile, affinché esso potesse arrivare integro al giudizio dei guardiani dell’aldilà. E questo è quindi il motivo principale per cui oggi esistono le mummie.

Dopo Khet veniva Sah, il corpo spirituale. Esso è molto più simile alla nostra concezione abituale di Anima e, sebbene possegga alcune caratteristiche specifiche uniche (generalmente si formava solo dopo la morte e poteva anche trasformarsi in spirito maligno per tormentare i propri nemici, pur essendo considerata degna di entrare nell’aldilà) non è così unica da meritare una descrizione approfondita. Scusa, Sah.

Il cuore, Ib, era una delle componenti più importanti, poiché esso era la chiave per consentire all’anima l’accesso all’aldilà. Esso era infatti la sede di emozioni, pensiero, volontà e intelletto ed era fondamentale nel giudicarne il possessore (il famoso giudizio di Osiride, in cui il cuore veniva appunto pesato e messo a confronto con una piuma di Maat). Come il corpo, questo andava accuratamente preservato.

Un altro componente è il Ka, l’essenza vitale, che è ciò che distingue i vivi dai morti. Essa è paragonabile al concetto generale di energia vitale e, per gli Egizi, veniva alimentata tramite cibi e bevande. Per questo motivo si era soliti presentare offerte di cibo e bevande ai morti, i quali avrebbero consumato non le offerte stesse, bensì il Ka al loro interno.

Vi erano poi il Ba, la personalità, che rappresentava quasi tutto quello che era unico di una persona, Sekhem, la forma, di cui purtroppo non sappiamo quasi nulla, e Ren, il nome, che oltre a contenere una buona parte del “potere” della persona, avrebbe continuato a vivere finché qualcuno lo avesse pronunciato. Poteva fornire quindi una forma di immortalità simile a quella dei poemi Omerici, se vogliamo.

Infine si passa ad Akh, che era un concetto complesso, cangiante a seconda delle epoche e che possiamo descrivere brevemente come “intelletto vivente” e Shut, l’ombra. Dato che l’ombra è infatti sempre presente in un essere umano, gli Egizi avevano concluso che essa dovesse contenere una parte fondamentale della persona che rappresenta e l’avevano inoltre in qualche modo associata alla morte e ad Anubis stesso. In altri casi, essa poteva rappresentare l’impatto che una persona aveva avuto sulla Terra.

Una visione affascinante, insomma, complessa e ricca di significato. Naturalmente non tutti questi concetti erano accettati come veri in ogni epoca dell’Antico Egitto. Del resto come potremmo pretendere che le loro credenze fossero rimaste invariate quando la loro storia è più lunga di quella di quasi qualunque altro popolo? Ma almeno 5 di questi concetti sono sempre stati accettati e gli altri vi si sono uniti spesso e volentieri, fluttuando nel loro significato e nella loro importanza a seconda delle epoche.

Dopo aver scoperto tutto questo, la prossima volta che qualcuno vi chiederà se crediate o meno all’esistenza dell’anima, siate anticonformisti per davvero e rispondetegli: “Dipende! A quale delle sue forme in particolare ti stai riferendo?”

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