le critiche cinematografiche di Danilo Ramirez

L’angelo sterminatore è un film di Luis Bunuel del 1962.

Raccontarne la storia appare tanto banale quanto difficile.
Un gruppo di persone appartenenti all’alta borghesia si ritrova a cena nella lussuosa casa di una coppia. Mentre accadono fatti inspiegabili quali ad esempio un orso e un gregge di pecore che passeggiano indisturbati nel palazzo, la serata volge al termine e la situazione diviene grottesca. Gli invitati non riescono ad uscire dalla stanza. Non perché ci siano porte chiuse o qualcuno lo impedisca, semplicemente quando si avvicinano all’uscita si fermano e devono tornare indietro. Non è neanche una forza o qualcosa di sovrumano, un blocco mentale gli impedisce di varcare la soglia. Passano i giorni e naturalmente le persone si innervosiscono,  fino a quando una delle donne trova il modo di uscire. Nella scena finale sono tutti in chiesa ma quando finisce la funzione……si trovano nuovamente bloccati dentro, sempre a livello mentale.
E’ il Bunuel del più puro surrealismo, la cui narrazione non ha una logica perché ciò che accade è privo di senso. Tuttavia la critica ha cercato di dare una spiegazione al film nella spietata distruzione della classe borghese, incapace di uscire dai suoi clichet.
In effetti Bunuel non ci andava leggero con i temi che sceglieva di affrontare e questa analisi è possibile se si pensa a film quali Bella di giorno, La via lattea, Il fantasma della libertà, Il fascino discreto della borghesia che gli fruttò l’Oscar nel 1973.
Regista dall’opera monumentale, iniziata nel 1929 con il manifesto del cinema surrealista Un chien Andalou realizzato insieme a Salvador Dalì, proseguita per molti anni in Messico dove aveva dovuto emigrare perché inviso al regime franchista e terminata ben 48 anni dopo con Quell’oscuro oggetto del desiderio nel 1977.



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