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Vorrei Essere Libero

Considerazioni sul concetto di libertà FRANCESCO RAMIREZ

Libero come un Uomo. Così comincia una delle canzoni più belle e suggestive del grande Giorgio Gaber. Ma subito, anche un uomo del suo calibro, si imbatte in un problema che, immagino, affligga molti di noi: in che senso “essere libero”? Come si fa? Che cos’è questa fantomatica Libertà e dove pone il suo limite?

Beh, dal canto mio, ho sempre pensato che essa possa partire da un unico concetto, il quale dovrebbe restare intoccabile e inviolato, garante assoluto e pilastro di tutte le altre forme di libertà che l’umanità si è garantita in millenni di storia e continua evoluzione: la Libertà di Opinione. Essa è, senza ombra di dubbio, la forma più basilare di questo stato di autonomia che, ora, noi tutti sentiamo come un diritto. Senza la Libertà di Parola e di Espressione, vanno inevitabilmente a crollare tutti i fondamenti della democrazia, come oggi viene intesa.

MA! ma, ma, ma, ma! Sento già levarsi in lontananza le voci indignate dei nuovi paladini di una giustizia moderna, percepita come più sicura; i figli dell’11 settembre, del Patriot Act e dei Social invadenti. La libertà di opinione è giusta, ma solamente quando essa è nelle mani delle persone giuste. Non possiamo certo darla a cani e porci! È doveroso quindi limitarla nel caso di chi la userebbe nel modo sbagliato.

Questa obiezione, che chiaramente solleva dubbi etici e morali non da poco e suscita quantomeno un poco di incredulità, data la incredibile ipocrisia che la caratterizza, mi costringe però a pormi altre domande: prima di tutto, come è possibile che una discreta fetta di popolazione che si definisce “democratica” possa aver smesso di credere nella forma più importante di libertà? Cosa spinge ad abbandonare completamente uno dei maggiori traguardi dell’essere umano per tornare indietro, rigettandoci nelle braccia forti e brutali dell’autoritarismo?

Di solito, la risposta sta nel desiderio di protezione. Un desiderio nobile ma che, come nel caso del genitore che impedisce al figlio di fare esperienze di vita, così da non farlo soffrire, arriva ad essere controproducente. Del resto tutto, in quantità troppo elevata, diventa dannoso: l’ossigeno è fondamentale per la nostra sopravvivenza, ma una volta superata una certa soglia esso diventa un veleno letale.

Ma, ma, ma, ma…ed ecco tornare l’obiezione. Una che abbiamo sentito tutti e che, sono sicuro, potrebbe mettere in crisi molte persone: ma alcuni usano la scusa della Libertà di Parola solamente per offendere. E questo non è giusto.

E, qui, mi trovate perfettamente d’accordo: l’offesa deliberata non è libertà di parola, ma malignità gratuita. Capita però troppo spesso, purtroppo, che l’offesa venga usata come scusa per limitare la Libertà di Espressione di persone con un’opinione discordante dalla propria.

Mi piacerebbe, per illustrare questo punto, porre un esempio: mettiamo caso che io detesti un particolare film e ne voglia parlare con una persona che invece lo adora. Naturalmente quell’individuo, se io gli dovessi dire che trovo quello specifico lungometraggio rivoltante, noioso e privo di qualsivoglia pregio, egli potrebbe trovare la cosa “offensiva”. Ma io non ho attaccato la sua persona, quindi perché egli dovrebbe sentirsi ferito per una mia critica di qualcosa che ama? Proprio per questo motivo: perché lui la ama. Criticare un’idea può mettere sulla difensiva tutti coloro che credono in quell’idea però, al contrario del vero insulto, questa pratica non solo è sacrosanta e giusta, ma, io ritengo, è il motore stesso che ha portato l’umanità ad evolversi e a lasciarsi alle spalle un passato più brutale e dispotico.

Basare la censura sulla quantità di persone che sono “offese” da una particolare idea non è affatto un buon sistema e la storia ce lo dimostra: quante persone ha offeso Socrate? Quante si sono sentite offese quando Darwin ha pubblicato L’Origine Delle Specie? E, infine, il mio esempio preferito: quante sono state offese dall’idea di Galileo?

Del resto, per parafrasare una nota locuzione: l’offesa è negli occhi di chi guarda. Se una persona sente che le sue idee sono sotto attacco e l’unico modo che essa trova di reagire è sbuffare, pestare i piedi e urlare contro qualcuno che gli ha semplicemente proposto un nuovo modo di pensare, allora il problema non è certo quel qualcuno. Anche se la società fa di tutto per convincerci del contrario, con i social e quant’altro.

E a proposito dei social: un discorso a parte meriterebbero i ban…anzi, le parole vietate. Purtroppo ultimamente utilizziamo così tanto parole semplificate o in inglese da dimenticarci che la nostra lingua ci fornisce delle perfette alternative più corrette.

In ogni caso non mi starò a dilungare: sappiamo tutti che i social, questi grandi amiconi che vogliono solo il nostro bene e tutelano la nostra intimità spedendo i nostri dati privati ovunque nel mondo senza alcun criterio, sono soliti vietare alcune parole e impedire che siano pubblicati articoli o video in cui esse sono contenute. Non importa che se ne parli bene o male, che si faccia informazione o disinformazione, che la persona che ne parla sia un premio nobel o un gerarca nazista: l’importante è che quella parola non sia MAI nominata.

Ecco, questo mi riporta alla mente due cose. La prima è una frase di Gaber, in cui egli definiva il futuro della Democrazia: quando saremo tutti scemi allo stesso modo, la democrazia sarà perfetta. Mettendo tutto sullo stesso piano e impedendo completamente di instaurare un qualunque tipo di dialogo, trattando l’esperto come il cretino e il cretino come l’esperto, non si può che pensare a questa forma “perfetta” di democrazia.

La seconda è un po’ più fosca, più inquietante: mi rammenta la Neolingua. Ve la ricordate? Quella forma di lingua artificiale di 1984, il cui unico scopo era fornire ai cittadini dello stato (il Socing, in Neolingua, appunto), un nuovo mezzo espressivo che, privato di ogni sorta di nuance, impedisse ogni forma di pensiero. E come si poneva questo obiettivo? Eliminando centinaia di parole, distruggendo i sinonimi, le sfumature di significato e, fatto più agghiacciante, introducendo una serie di abbreviazioni e parole composte, facili da usare e da memorizzare. Tramite questo impoverimento della lingua, che veniva ridotta ad una serie di monosillabi, si sperava quindi di declassare l’azione del parlare ad un mero movimento delle corde vocali, riducendo del tutto, o quasi, l’utilizzo del cervello. Se tutto questo vi ricorda qualcosa…bravi, state prestando attenzione.

In conclusione, vietare una parola su di una piattaforma non potrà che avere un’unica conseguenza: il depauperamento del discorso circa quell’argomento. E già i social sono deleteri da questo punto di vista, dato che chiudono le persone in circoli al cui interno esse si sentono rafforzate nelle loro posizioni e non cercano mai il vero confronto con chi la pensa diversamente.

Non stupisce, dunque, che di questi tempi siano nati così tanti movimenti che, almeno dal loro punta di vista, cercano di fare del bene limitando la capacità di altre persone, che loro reputano meno degne, di esprimersi. Del resto, chi non ha il controllo su se stesso, finisce per opprimere gli altri.

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