La trasmissione ‘Le iene’ con Andrea Agresti avevano raccontato le porcherie della famiglia Ravetti al tempio crematorio di Biella.

Colpevoli e senza vergogna gli impresari funebri stando alle ultime notizie.

Uun risarcimento di quasi 7 milioni di euro: è questa la cifra che il comune di Biella si sarebbe sentita chiedere dalla Socrebi, la società che gestiva il forno crematorio riconducibile ai Ravetti.

Il forno crematorio, gestito dai fratelli Ravetti, era tornato al Comune dopo lo scandalo delle presunte cremazioni multiple all’interno della struttura cittadina. Si sarebbero infatti compiute cremazioni multiple per abbreviare i tempi di lavorazione e moltiplicare i guadagni confondendo tra loro i resti dei defunti.

Stando a quanto riporta “La provincia di Biella”, è stato lo stesso sindaco Claudio Corradino a spiegare che, dopo che l’ente si era ripreso la gestione del forno crematorio, i vecchi gestori hanno avanzato questa richiesta di risarcimento: “Un atto dovuto”, ha spiegato il sindaco, che si è detto non sorpreso della mossa da parte della Socrebi e dei fratelli Alessandro e Marco Ravetti.

Un milione e settecentomila euro, in particolare, sarebbero richiesti a titolo di risarcimento per i costi di avviamento dell’attività, mentre gli altri 5 milioni sarebbero legati ai mancati introiti a seguito della revoca della gestione. Milioni, questi ultimi, sui quali il sindaco di Biella sarebbe irremovibile, bollando la richiesta come “inaccettabile”.

Andrea Agresti nel servizio de Le iene aveva raccolto le testimonianze dei parenti delle vittime da cui era iniziato lo scandalo, documentato con terribili video registrati all’interno del forno. “È disumano quello che hanno fatto. Io non so se quello che sto piangendo è mio figlio”, dice una mamma.

Anche gli ex dipendenti del forno crematorio sostenevano una tesi che sembrava confermare questa pratica: “Ci veniva chiesto, per accontentare il continuo incremento delle cremazioni, di aumentare le bare all’interno del forno. Magari con due o tre bare alla volta, a gestire tutto erano i fratelli Ravetti”, sostiene uno dei dipendenti. “Vigeva la regola di andare sempre più veloci per consegnare le ceneri. Se invece di fare 6 o 7 cremazioni diventavano anche 14 è ovvio che le entrate raddoppiavano”.

I fratelli Ravetti avrebbero imposto anche i tempi di cremazione. Sul loro sito parlano di almeno 3 ore. “Noi invece lo facevamo entro 60 minuti”, sostiene il testimone. Ma ci sono materiali come lo zinco che hanno bisogno di tempi molto più lunghi per bruciare: “Si apriva la cassa con un’ascia o un’accetta e si bruciava la persona mettendo il corpo in una cassa di cartone”. 

Lo scorso mese di ottobre era arrivata la condanna in primo grado per i due fratelli: cinque anni a Marco Ravetti  e 5 anni e 4 mesi al fratello Alessandro, dopo che  il procuratore Teresa Angela Camelio aveva chiesto una condanna rispettivamente 8 anni e 8 anni e tre mesi. I due hanno annunciato il ricorso

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