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#STORIATREDICI . Il sorriso dolce di Paolo Rossi -di Ettore Antoniotti.

Il sorriso dolce di Paolo Rossi

#STORIATREDICI

Fotografie, tante.

Molte con le braccia alzate in segno di esultanza, di gioia.

Sul viso un sorriso. Sempre.

Dolce e gentile.

Con gli anni quel sorriso non si è trasformato, è sempre stato semplice, umano, coinvolgente.

Certo negli ultimi anni, a lato degli occhi c’erano rughe più profonde, che marcavano quel viso da eterno ragazzo.

Ma era sempre lui, Paolo Rossi, “Pablito”.

É l’autunno del 1977, sta per incominciare un altro campionato di calcio, le favorite d’obbligo sono sempre le solite due, come da qualche anno a questa parte.

Da una parte il roboante Toro di Pulici e Graziani, del “GiaguaroCastellini e del “PoetaClaudio Sala.

Dall’altra parte, sempre lei, la “Signora Omicidi” : la Juventus di Bettega e Scirea, del “BoiaBenetti e del “BaroneCausio,scudettata l’anno precedente con 51 punti sui 50 del Toro, in un campionato vinto al fotofinish, in una danza e lotta senza fine per la supremazia.

In quella stagione la vera sorpresa fu una provinciale, il neopromosso Lanerossi Vicenza, una squadra tutta corsa e freschezza atletica, guidata da Filippi e Cerilli, dove in attacco segnava gol a grappoli un ragazzino, toscano, di 21 anni.

Il suo cognome era Rossi, il suo nome Paolo, vincerà la classifica dei cannonieri con 24 reti, un risultato straordinario per un torneo a 16 squadre.

Sempre sorridente, sempre allegro Paolo, in area di rigore, come lo definì Gianni Brera, era un aspide, pronto a colpire in maniera fulminea.

Pronto, sempre al posto giusto, nel momento giusto.

178 cm x 73 kg, non particolarmente dotato fisicamente da madre natura, amava dire “se ce l’ho fatta io con il fisico gracilino che ho, ce la possono fare tutti

Ma lui era diverso.

Aveva una dote innata, la rapidità di pensiero, la capacità di capire come si sarebbe evoluto il gioco, dove sarebbe finito il pallone.

Partiva con quella frazione di tempo necessaria per anticipare tutti.

Ed erano gol, tanti gol.

Nel maggio del 1978 la nazionale di Enzo Bearzot, sta per partire per il blindatissimo Mundial argentino, c’è un’amichevole Italia-Jugoslavia.

Finirà 0 a 0.

Gioco farraginoso, molte le polemiche.

Il CT della nazionale fu accusato di non voler far spazio ai due astri nascenti del calcio Italiano, Antonio Cabrini e Paolo Rossi.

Bearzot capisce che deve dare una svolta, dentro i due ragazzi, l’Italia vola, Paolo Rossi segna e fa segnare Bettega con cui si intende a meraviglia.

Da allora sarà, per sempre, Pablito.

Nonostante il gioco spumeggiante, un po’ per sfortuna, un po’ per limiti atletici, quella nazionale arriverà solo al quarto posto, mettendo però in mostra un calcio semplice, bello, senza fronzoli.

Rossi diventerà poi “Mister 5 miliardi”, passerà al Perugia dopo il riscatto del Vicenza, in quello che passerà alla storia come uno dei trasferimenti record della storia del calcio, dopo i famosi due miliardi sborsati dal Napoli per Beppe Savoldi al Bologna qualche anno prima.

Ci sarà poi l’amara parentesi del calcio scommesse, l’errore di un ragazzino che forse era caduto in una rete più grande lui.

Lo sdegno, la solitudine.

La maglia azzurra scompare per tre lunghissime stagioni, sembra un miraggio.

Perde gli anni migliori, il suo fisico gracile sembra patire in modo superiore la mancanza di agonismo e delle partite, quelle vere.

Rientra nella primavera del 1982.

Segna un gol all’Udinese, ma fatica a trovare la via della porta.

Sembra spento, involuto, è un altro giocatore, nonostante vesta adesso la prestigiosa maglia bianconera della Juventus.

C’è un altro Mundial, questa volta è quello spagnolo, è il 1982.

Il capocannoniere del campionato appena trascorso è il giallorosso Roberto Pruzzo, gran giocatore e gran bomber, in un periodo dove i cannonieri erano roba seria, negli anni ’70 ed inizio anni ’80, i rettangoli di gioco erano calcati da Riva, Pulici e Graziani, Bettega ed Anastasi, Boninsegna, Savoldi, Altobelli, Rossi e Pruzzo.

C’era solo l’imbarazzo della scelta.

Fece delle scelte Bearzot nella primavera dell’ottantadue.

Incredibilmente portò in ritiro con i ventidue del Mundial Paolo Rossi e lasciò a casa “O Rey”, sarebbe stato troppo ingombrante, il bomber della Roma, nel caso che il Pablito nazionale avesse sbagliato qualche partita.

Polemiche feroci.

La stampa romana, in particolar modo, non riusciva a capire la ragione di quella non convocazione.

Pruzzo, il bomber, a casa, e Rossi, lo spento centravanti, con la maglia azzurra numero nove.

Tre partite nel girone di qualificazione: Polonia, Perù e Camerun.

La nazionale italiana sembra la fotocopia di Pablito, spenta e apatica.

Al secondo turno gli azzurri finiscono in un girone di ferro, praticamente impossibile, da una parte l’Argentina del Dios Maradona, dall’altra un Brasile stellare.

Gli azzurri: una vittima sacrificale.

In una partita all’arma bianca nella caldera del Sarrià di Barcellona, gli azzurri battono incredibilmente l’Argentina.

L’Italia c’è, è veloce, grintosa e gioca bene, Paolo Rossi no, è ancora “non pervenuto”.

L’unico a crederci ancora è Bearzot, il “Vecio”.

Gente dura, tosta i friulani.

Non cambiano idea facilmente, soprattutto se l’idea è quella giusta.

Un’Italia strana quella di quegli anni, inflazione galoppante, il primo governo con un Premier non della Democrazia Cristiana: Spadolini.

Gli ultimi drammatici sussulti del terrorismo, ed una crisi economica che mordeva ancora.

Un governo in bilico, forse il calcio lo salverà.

5 luglio 1982, ore 16, 44° gradi centigradi al Sarrià di Barcellona.

Spalti stracolmi.

Tantissimi e coloratissimi i tifosi brasiliani.

Il Brasile, una macchina da calcio perfetta, viene da quattro vittorie consecutive, ha travolto l’Argentina per 3 a 1, gli basterebbe un pareggio per accedere alla semifinale.

Nei pronostici non c’è storia, è prevista una passeggiata, una samba calcistica ai danni degli azzurri.

Ho sedici anni, l’estate la sto passando tra la piccola filatura di mio papà al mattino e il campetto di calcio, rigorosamente in terra battuta dell’oratorio, dove vanno in scena le repliche delle partite del Mundial, al pomeriggio.

Là non ci sono né Maradona, né Zico, né Gentile, né Pablito.

Ci sono tanti ragazzini impolverati.

Come me.

Sì, perché col caldo estivo il campetto, che è fatto di una terra polverosa e finissima, color beige, è una nuvola di polvere, che riempie le scarpe, i calzettoni e le maglie, uniformando queste ultime in un colore indefinito.

Tanto che le due squadre paiono una sola.

Quando sudavi, il sudore ti lasciava delle righe sul volto, evidenziando ancora di più la fatica sul tuo viso e su quello degli amici.

A casa, intanto, avevamo girato la TV, la prima a colori, sembrava gigantesca, ma lo era solo nella mia immaginazione, mio papà che lavorava sempre dalla mattina presto alla sera tardi, si era preso un paio di ore per vedersi quella sfida scontata.

C’erano ospiti, con lui, il suo socio Franco e il “Paulin” roccioso difensore delle terze categorie calcistiche di quei tempi.

Oggi probabilmente farebbe bella figura in categorie ben superiori.

Se adesso domandaste a qualcuno dove fosse a quell’ora e con chi, avreste una risposta sicura, in pochi hanno dimenticato quegli istanti.

Davanti alla televisione sappiamo che ci sarà poco da fare per gli azzurri contro i campioni della nazionale verde-oro.

Junior, Falcao, Eder, Socrates, Cerezo, Zico, Leandro, Oscar, nomi da brivido.

Rossi è lì con il nove sulle spalle, ancora una volta, inaspettatamente, ha avuto la fiducia di Enzo Bearzot.

Sarà la scelta giusta.

Tre gol, tre volte più veloce dei difensori brasiliani.

Brasile eliminato.

Una cavalcata fino alla finale del Bernabeu con Nando Martellini che ripeterà per tre volte in un tripudio di bandiere tricolori “Campioni del mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo”.

Il Presidente Pertini che si alza in tribuna sul tre a zero sulla Germania e dice “non ci prendono più”.

La partita a carte sull’aereo di ritorno tra Zoff, Causio, Bearzot ed un Pertini combattivo come non mai.

Fotografie, immagini, ricordi, sembra ieri.

Paolo vince il Pallone d’Oro, il massimo riconoscimento per un calciatore, nel 1982.

Poi ancora pochi anni al vertice e anche lui, come i fiori più belli, sfiorirà in fretta, complice qualche acciacco di troppo alle sue malandate ginocchia.

No.

Paolo Rossi non è morto, perché se fosse vero, non ci sarebbe più la gioia che ci ha dato, non ci sarebbe il suo scatto che ha bruciato Junior sul primo gol sul Brasile.

Non ci sarebbe il suo sorriso dolce, gentile e quasi un po’ imbarazzato, quello di un ragazzino che sembra trovarsi lì per caso.

Non è morto, è ancora lì in quell’estate lontana nel tempo ma vicina nella felicità dei ricordi degli anni ottanta.

E segna ancora gol, a grappoli, all’Argentina, al Brasile, alla Germania.

Indossa ancora quella maglia azzurra, si proprio quella, che gli sta un po’ larga sulle spalle strette.

Segna anche ai nostri ricordi, ma solo a quelli brutti, perché ci ha lasciato solo quelli meravigliosi di un’estate di solo qualche anno fa.

Questa è la magia dei Campioni, quella di risvegliarti i ricordi e di trasportarti, come in una perfetta macchina del tempo, distante.

Sembra quasi di sentire il profumo, il caldo di quella estate.

Di ascoltare le urla, il tifo.

Sembra.

Sembra ieri.

In memoria di Paolo Rossi 10 dicembre 2020

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