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#STORIEDIUOMINIDUE : Poesia e Tragedia, Diego Armando Maradona -di Ettore Antoniotti.

Otto di sera, sono sul divano.

Il camino è acceso.

Sto rispondendo con il telefono ad una mail di lavoro, sono distratto.

Si avvicina mia figlia.

Papà chi era Maradona?

Ecco, chi era Maradona?

Riavvolgo il nastro, corrono i ricordi, la maglia del Napoli, quella del Barcellona, quella dell’albiceleste, l’Argentina.

1986, avevo 20 anni.

Ero a Bolzano, alpini.

Mundial del Messico, o Mexico ’86, per ricordarlo meglio.

L’Italia arrivava dal trionfo spagnolo, erano ancora in tanti gli eroi del Sarrià, del Bernabeu: Altobelli, Tardelli, Cabrini, Conti, Scirea, Bergomi.

Girone di qualificazione, l’Argentina di fronte, come quattro anni prima.

E ancora Lui.

Il Dieci.

Il Calcio.

Diego, Armando, Maradona.

Stavolta come in Spagna non c’è “GheddafiGentile a fermarlo, con le buone o con le cattive.

Uno a uno, con un gol suo, dei suoi, Galli,il nostro portiere, stupito dalla magia di Diego.

Il salone dove noi militari andiamo a vedere le partite è immenso, c’è uno dei primi videoproiettori, sembra fantascienza, uno schermo grandissimo.

Tutti, ragazzi, tutti Alpini.

L’Italia va fuori con una Francia non esaltante, ma basta un Platini sopra le righe, un altro dieci, per farci fare le valige.

L’Argentina invece va avanti, non è uno squadrone, è solida, agli ordini di Mister Bilardo, nessuna individualità a differenza del mondiale del ’78 vinto in casa, non ci sono i Kempes, gli Ardiles, i Bertoni, i Passarella, i Fillol e i Gallego.

Ci sono dieci buoni giocatori, quasi anonimi, e c’è Lui da solo, ma il dieci ce l’ha sulle spalle è Diego, El Pibe de Oro.

22 giugno Inghilterra-Argentina, quarti di finale, Stadio Azteca, 115.000 spettatori.

Si gioca alle 12.00 per favorire le dirette europee, fa caldo, caldissimo.

Due antipodi, l’Argentina al sud non solo geografico, l’Inghilterra al nord.

Una guerra pochi anni prima.

la Guerra delle Falkland, o delle Malvinas.

Una sconfitta per gli argentini, un’onta mai pacata, una dimostrazione della ancora efficiente potenza bellica per gli inglesi.

Un odio, una sete di vendetta per i biancocelesti.

Una partita, uno scontro di popoli, di culture.

Da una parte il Sud del mondo, gli sconfitti, i reietti, dall’altra il potere, l’organizzazione, il dominio di terre a migliaia di miglia dalla madrepatria.

E sul campo di calcio si rinnova la battaglia, questa volta combattuta in un rettangolo verde tra 22 campioni.

O meglio tra 21 campioni ed un fuoriclasse.

Sarà la partita della “mano de Dio”, del gol fantasma, irregolare, del gol latino, della rete dei furbi.

Quella partita poteva essere ricordata così, da quel gol.

Sarebbero state polemiche per anni, per decenni.

Ma non fu così.

Eravamo sempre tantissimi a vedere la partita in quel salone.

Sembra ieri.

Arriva un altro gol.

Troppo poco chiamarlo gol.

L’avrebbero poi chiamato il “Gol del secolo”.

Ancor oggi vedo gli occhi stupiti degli altri ragazzi vicino a me.
Avevano appena assistito alla POESIA del calcio.
Una corsa, un’emozione, un respiro trattenuto.

Dieci,
Diez,
Dez,
Dix,
Ten,
Zehn,

In ogni nazione, in ogni lingua potete avere una parola differente, ma se volete farVi capire direte Maradona.
10, il più Grande, di sempre.

Guardo i filmati con mia figlia, vedo il Mondiale Juniores, che vince giovanissimo, la sua delusione per non essere convocato a diciotto anni ai Mondiali di casa, in Argentina, rivedo con paura l’entrata criminale di Goikoetzea che gli spezza la gamba al Barcellona.

Una fotografia, la maglietta strappata da Gentile.

Poi vado alle “Notti Magiche” ad Italia ’90.
In venti a casa mia, i divani uno dietro l’altro come in una tribuna dello stadio, amiche ed amici a vivere quel sogno e quella delusione che ci diede proprio lui.

Il San Paolo di Napoli che tifava per il suo idolo, e noi lì ad insultarlo, come se fosse il nemico numero uno.

Poi la fragilità del Campione.

Quel ragazzo che quando andava nella periferia di Napoli e vedeva un campo, con il fango. spelacchiato, si metteva a giocare.

Come un bambino.

Girava con lo smoking bianco, ma se arrivava un pallone, sporco di terra, di polvere, di fango.
Lo stoppava di petto.
Il suo vestito, quello vero, era il calcio.

Fu offerto alla Juventus, ma andò al Napoli, non avrebbe mai potuto andare ai bianconeri.
Era tutto, ed il contrario di tutto.
Paradiso ed inferno, Inferno e Paradiso.
In una giostra continua, senza fermate.
Cocaina, eccessi, donne, falsi amici, camorristi, poveri e ricchi.
Intorno a sé aveva la Corte dei Miracoli.

Uomo, fragile. Viveva con i primi ma era vicino agli ultimi.

A me rimarrà così, negli occhi dei miei vent’anni, in quella serata d’estate.

Una cavalcata sulla fascia, mille dribbling, gli inglesi a terra, l’erba alta e verde dell’Azteca, i colori sfocati e vividi del satellite e delle Tv anni 80.

Un gol, un capolavoro, del Campione Fragile, il 10: Diego Armando Maradona.

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