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#STORIAUNDICI. Il K2 svizzero: Ferdi Kübler e Hugo Koblet, i grandi rivali -di Ettore Antoniotti (con video). Parte 2.

Cognome Koblet, Hugo di nome, svizzero anche lui, di Zurigo.

Bello, anzi bellissimo.

Biondo.

Occhi azzurri.

Mentre Ferdi era nato e cresciuto in una povera famiglia contadina, Hugole pedaléur de charme” proveniva dall’agiata borghesia della grande città elvetica.

Diversi, erano profondamente diversi.

Il bel Hugo all’arrivo aveva sempre un pettine per curare quei suoi capelli biondi, occhiali da sole in gara, il primo a portarli. Guanti di pelle sulle mani, stile meraviglioso nella pedalata.

Inconfondibile, stupendo, anche in bicicletta.

Più giovane di sei anni di Kübler, era nato nel 1925 e nel 1950 aveva solo 25 anni.

Partecipa al Giro, Coppi era il favorito dopo la doppietta nei grandi giri del 1949.

Ma il destino si accanì ancora una volta contro il Campionissimo.

Nella nona tappa, una caduta rovinosa lo tolse di mezzo, solo Bartali, mai domo, a 36 anni suonati, combatté contro lo svizzero, ma dovette accontentarsi della piazza d’onore.

L’altra K, quella di Ferdi arriverà al quarto posto, iniziava così la rivalità tra il benestante ed il contadino, tra il talentuoso ed il tenace.

Dopo la vittoria al Tour del 1950, nel Giro del 1951 Ferdi portò a casa un ottimo terzo posto, dietro a Magni e al belga Van Steenbergen.

Ma fu il Tour invece a consacrare definitivamente Hugo Koblet.

Con Coppi ancora devastato dalla morte del fratello Serse, con Bartali oramai a 37 anni sul viale del tramonto, Hugo inflisse un distacco incredibile al secondo classificato.

Ventidue minuti.

Il francese Raphaël Geminiani giunse secondo, ma con un ritardo abissale.

Classe pura quella del giovane svizzero, anche nei confronti dei mostri sacri che dominavano la scena del ciclismo fin dall’anteguerra e continuavano a farlo nel dopoguerra.

Siamo sul finire del Tour, fa caldo, molto caldo, è il rovente luglio francese.

Koblet è senza acqua, ne chiede un po’ a Bartali.

Il toscanaccio, prende la sua borraccia, la beve.

Tutta.

E poi la porge, vuota, allo svizzero, che non si scompone.

Passa qualche giorno, siamo alla crono finale del Tour, da Aix-les-Bains a Ginevra.

Quasi 100km, a cronometro. In quei giorni, Koblet è forte, imbattibile.

Raggiunge Gino, partito prima di lui.

Lo affianca.

Si toglie la borraccia dalla sua bici e la infila nel portaborracce dell’avversario.

Non parla, non una parola, riprende a pedalare e se ne va staccando il vecchio ed iracondo Campione italiano.

Classe, pura, quella di Hugo, charme, bellezza e talento cristallino.

Sul finire del 1952 per lui un lungo viaggio, una tournée in Messico.

Ritornò in Europa, nel Giro del 1953 è in testa, ma sopra ai 2.000 m di quota, in alta montagna, ha evidenti problemi di respirazione, si parlerà di un virus, di una malattia contratta oltreoceano.

O più semplicemente era stanchezza, molta stanchezza.

Il gregario di Coppi, Ettore Milano, con la scusa di una foto ricordo con lo svizzero, chiese ad Hugo di togliere i suoi occhiali neri.

Occhi, occhi gonfi, stanchi.

Coppi attaccò nella Bolzano-Bormio, epica la sua scalata allo Stelvio, per Koblet un amaro secondo posto, e sarà così anche nel 1954.

A volte ci sono fiori bellissimi che sbocciano, sono più belli degli altri, ma appassiscono in fretta.

Hugo Koblet era uno di questi.

1950-1954.

Quattro anni al massimo, un Giro, un Tour, tanti piazzamenti di prestigio e poi quasi il nulla.

Per Ferdi una vita sportiva lunga, per Hugo breve, intensa.

Anche la vita per le due K svizzere sarà diversa, molto diversa.

Kübler vivrà fino a 97 anni, sarà l’icona vivente del ciclismo svizzero, il suo ambasciatore.

Ferdi il duro, il tenace, il contadino, con il suo viso scavato dalla fatica e dalla sofferenza.

Koblet sposerà una bellissima modella, lavorerà in Venezuela per l’Agip di Mattei.

Ma ancora una volta per lui ci sarà la brevità.

Ancora una volta il bellissimo fiore appassirà velocemente.

É il 2 novembre 1964, Hugo ha 39 anni.

Sta guidando in campagna la sua fiammante e velocissima Alfa Romeo.

Va veloce, come nelle sue discese in bicicletta.

Troppo.

Un albero, uno schianto.

Nessuna frenata.

Si parlerà di suicidio.

Breve ed intensa la vita di Hugo Koblet le pédaleur de charme”, come i suoi successi, come i suoi amori.

2 commenti

  1. Fantastico, un racconto fantastico, la base per un romanzo pieno di colpi di scena, ma già così emozionante, con questa contrapposizione fra due vite così diverse e tratteggiate in modo tanto vivido. Anche chi non ha particolare trasporto per lo sport o per il ciclismo viene ammaliato da queste vicende umane raccontate in modo così trascinante. Certamente uno dei più affascinanti racconti fra quelli che Ettore ci regala.

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