ATTUALITA' EDITORIALE SALUTE

COVID 19 : TUTTA LA VERITA’ SUL PASTICCIO ALL’ITALIANA – di Danilo Ramirez

Dunque: a marzo il presidente del consiglio annuncia al paese una chiusura totale, unica nazione al mondo, per contrastare la diffusione del covid. Gli italiani rispondono con grande disciplina.

La chiusura non dura due settimane ma viene prolungata fino a 69 giorni (dal 9 marzo al 18 maggio) una esagerazione per una malattia con incubazione massima 14 giorni ma lo facciamo lo stesso.

Adesso alle chiusure parziali (molto meno di un lockdown) sale la protesta di tutte le associazioni e di moltissimi cittadini.

Che è successo?

Due cose secondo me.

UNA è data da queste cifre:

28 marzo: 989 decessi 3651 positivi

18 ottobre: 69 decessi 11705 positivi.

La situazione è ben lontana da quella di marzo, le normali precauzioni che abbiamo imparato tutti a usare devono bastare, il virus non si diffonde a causa dell’indisciplina degli italiani che sono fin troppo attenti e vengono offesi dalla sfiducia e dalla denigrazione.

DUE: la totale assenza di una azione di prevenzione e di preparazione al ritorno del virus. Si lamenta da più parti che l’azione degli amministratori del paese non è stata rivolta alla creazione di strutture dedicate al contrasto del virus ma sempre e solo alla limitazione dei cittadini. Come se il problema fossero solo loro e non un agente patogeno.
Bastava studiare come hanno agito quelle nazioni virtuose dove strategie molto precise hanno limitato l’effetto del covid sulla popolazione. Al punto da non dover neanche ricorrere a chiusure ma solo a raccomandazioni.
Gli esempi non mancano e sono tutti molto simili dalla Svezia alla Germania al Giappone alla Corea del Sud.
C’era tutto il tempo per mettere in pratica la strategia delle tre T indicata in primavera dallo scienziato italiano Alessandro Vespignani che lavora negli Usa: TESTARE, TRACCIARE e TRATTARE.
Dove è stata applicata ha ridotto moltissimo malati e decessi.
Ma questo doveva essere organizzato con entità dedicate sul territorio. Ogni provincia doveva avere una struttura apposita alla quale il cittadino potesse rivolgersi ai primi sintomi. Questo per sollevare il medico di base e l’ospedale. Squadre specializzate che agiscano immediatamente, subito il test diagnostico (chi scrive detesta il termine tampone) e, in caso di positività, test ai contatti stretti e eventuale isolamento (è stato provato che questo limita moltissimo la diffusione) e subito anche il trattamento curativo se i sintomi sono confermati.
La parola chiave è rapidità.
Si doveva fare.
Vedere le code di auto per fare il test è inaccettabile. Si ha la sensazione di essere abbandonati a se stessi esattamente come a marzo. Ospedali intasati, personale non in numero adeguato alla necessità, persone che sono entrate in contatto con positivi che aspettano giorni per essere testate.
Su questo si deve lavorare per tutelare la popolazione, le limitazioni di orari e a categorie di lavoratori sono non soluzioni perché non affrontano il problema alla radice ma lo rincorrono.

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